Utilizzo del FACS nella fase diagnostica della psicoterapia

Utilizzo del FACS nella fase diagnostica della psicoterapia

Uno studio non pubblicato di Ekman del 1974, poi pubblicato in “What the face reveals, basic and applied studies of spontaneous expression using the Facial Action Coding System” nel 1997 mette in luce come l’impiego dell’EMFACS e del FACS nella fase diagnostica della psicoterapia possa essere utile per avere informazioni dettagliate sulla diagnosi e per prevedere l’outcome dell’intervento. L’articolo purtroppo si basa su un campione molto piccolo (17 soggetti), nonostante ciò, i risultati sono interessanti e possono essere utili allo psicoterapeuta durante il primo colloquio, momento in cui questi deve iniziare a instaurare la relazione col paziente e a orientarsi verso la sua diagnosi. Visto la grande mole di informazioni, sia sul piano verbale che non verbale, e il tempo ridotto a disposizione, sapere cosa cercare o notare nel volto del paziente, cosa aspettarci o come orientarci in presenza di determinate espressioni emozionali, è utile e può aiutare lo psicoterapeuta a “sciogliere la matassa”. Ovviamente non basterà un’espressione facciale ripetuta per fare una diagnosi al paziente, ma sicuramente può essere un indizio utile su come procedere nel colloquio.

Riassumiamo ora brevemente quali espressioni facciali ci possono fornire informazioni importanti sul paziente in una prima fase diagnostica. I risultati di Ekman e colleghi (1997) mostrano che i pazienti con diagnosi di depressione maggiore si differenziano dagli altri perché mostrano più tristezza e disgusto (nell’articolo in una nota l’autore spiega che disgusto e disprezzo sono state assemblate in disgusto) e mostrano meno sorrisi falsi rispetto ai pazienti con depressione minore. Pazienti con disturbo maniacale mostrerebbero invece più espressioni di sorriso sia sincero che falso, meno rabbia, disgusto o tristezza rispetto al gruppo di depressi. Infine il gruppo di schizofrenici si differenzia dagli altri per la presenza maggiore di espressioni di paura e per un “appiattimento” nelle altre emozioni. Un altro studio pubblicato in Ekman e Rosenberg (1997) invece metterebbe in luce come espressioni di disprezzo e lo sguardo ostile (descritto nell’articolo come attività di apertura dell’occhio della palpebra superiore e contrazione della palpebra inferiore, AU5+AU7) contraddistinguano le personalità di tipo A (generalmente caratterizzate da ostilità, rabbia, ansia), da quelle di tipo B.

Il risultato forse più interessante dello studio del ’74 di Ekman e colleghi è però che le espressioni facciali sembrerebbero in grado di predire l’esito della terapia e il grado di miglioramento del paziente. La presenza del sorriso falso o non sentito e l’assenza di espressioni di disprezzo correlerebbero positivamente con l’esito favorevole dell’intervento. Il terapeuta che, durante il primo colloquio, si dovesse accorgere di espressioni di disprezzo o notasse l’assenza di sorrisi anche falsi nel volto del paziente dovrà mettere in conto la possibilità di fare più fatica a relazionarsi e a intraprendere un percorso efficace col proprio paziente.

Anche nella terapia di coppia l’analisi del volto dei due partner si è rivelato un valido predittore di quale sarà l’esito della terapia e aiuta in fase di assessment a individuare lo stile comunicativo non verbale che può contribuire alla crisi. In uno studio di Gottman del 2001, i sorrisi sinceri in entrambi i partner correlavano negativamente con la sensazione di oppressione e sofferenza, mentre espressioni negative in entrambi i partner (disprezzo, rabbia, paura o tristezza) correlavano con pensieri di non speranza e sofferenza.