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	<title>psicoterapia &#8211; Studio Psicologia Rizzi</title>
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	<description>Psicologo e psicoterapeuta a Padova e San Donà di Piave. Tratta Disturbi Sessuali, Psicosomatici, Stress, Depressione e Ansia. Primo incontro gratuito.</description>
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		<title>L&#8217;impiego del FACS in psicoterapia</title>
		<link>https://www.studiopsicologiarizzi.it/limpiego-del-facs-psicoterapia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Laura Casetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Oct 2014 10:30:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Cosa sono il FACS e l&#8217;EMFACS Il FACS (Facial Action Coding System) è un sistema di codifica delle espressioni facciali sviluppato da Ekman e Friesen nel 1978 da cui è<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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<h2>Cosa sono il FACS e l&#8217;EMFACS</h2>
<p>Il FACS (Facial Action Coding System) è un sistema di codifica delle espressioni facciali sviluppato da Ekman e Friesen nel 1978 da cui è derivato, successivamente, il sistema chiamato Emotion Facial Action Coding (EMFACS), sviluppato dagli stessi autori qualche anno dopo (1984). Entrambi FACS ed EMFACS sono stati costruiti su base anatomica per misurare oggettivamente i movimenti facciali visibili. Sulla base dei risultati empirici, il FACS comprende 44 movimenti facciali discriminabili visibilmente che, singolarmente o in combinazione, rappresentano tutti i movimenti facciali possibili. Questi movimenti sono chiamati &#8220;unità d&#8217;azione&#8221; (AU). Ad ognuna di queste unità d&#8217;azione è stato assegnato un numero, in modo che ad ogni movimento visibile nell&#8217;espressione del viso possa descritto con un codice. Oltre al codice numerico, ad ogni movimento facciale vengono anche assegnati dei codici letterali in base all&#8217;intensità del movimento, alla lateralità e all&#8217;asimmetria di alcune unità di azione. In confronto al FACS, l&#8217; EMFACS registra solo quelle unità d&#8217;azione associate alle emozioni.</p>
<p>Per registrare le espressioni facciali che fanno parte di un &#8220;evento&#8221; emotivo, all&#8217;interno di un flusso continuo di comportamenti espressivi, Friesen e Ekman (1984) hanno definito nell&#8217;EMFACS delle regole (&#8220;event rules&#8221;) per convertire determinati pattern di unità di azione in specifiche emozioni primarie (felicità, sorpresa, rabbia, disprezzo, disgusto, paura, tristezza) o emozioni miste, quest’ultime date dalla presenza di AU determinanti di almeno due diverse emozioni di base che insorgono nello stesso tempo o dal mascheramento di una delle due con un&#8217;emozione che va nella direzione opposta. Nell&#8217;EMFACS sono presenti, inoltre, delle norme per distinguere le emozioni spontanee (come il sorriso &#8220;Duchenne&#8221; identificabile nel movimento dell&#8217;orbicolare dell&#8217;occhio) e quelle controllate (come il sorriso falso, dove non è presente alcun movimento dell&#8217;orbicolare dell&#8217;occhio).</p>
<h2>Applicazioni cliniche del FACS</h2>
<p>L&#8217;impiego del FACS e dell&#8217;EMFACS risulta complesso nel loro completo potenziale all’interno del setting psicoterapico per due motivi: innanzitutto il nostro occhio non può rilevare accuratamente tutte le emozioni facciali per la loro velocità, inoltre, la nostra memoria di lavoro non può processare allo stesso tempo l&#8217;intera gamma di stimoli (le espressioni facciali che compaiono nel volto del paziente in tempo reale, i contenuti verbali che questo espone, le proprie sensazioni, la formulazione di domande e di risposte) che fanno parte del lavoro psicoterapico.</p>
<p>Per poter sfruttare pienamente lo strumento di Ekman e Friesen, sarebbe necessario filmare le sedute di psicoterapia e, con un programma di codifica automatico o attraverso la visione dei filmati al rallentatore, rivedere e analizzare le espressioni e le microespressioni presentate dal paziente, avendo tutto il tempo a disposizione di elaborarle e inserirle all’interno di un costrutto psicologico più ampio, come la diagnosi, le modalità di intervento. Questa procedura, se non impiegata a scopo di ricerca, risulta artificiosa e dispendiosa in termini di tempo e di energia per lo psicoterapeuta: è impensabile per ogni ora di psicoterapia passarne altre 3 o 4 ad analizzare filmati.</p>
<p>L’impiego del FACS in psicoterapia può comunque risultare utile. Un occhio allenato può infatti identificare quelle espressioni che compaiono più spesso nel volto del paziente e, avvalendosi delle espressioni facciali come indicatore emozionale, il terapeuta può notare in tempo reale quali sono nella relazione i trigger emotivi, vale a dire quegli argomenti o quelle affermazioni che suscitano eventi emozionali.</p>
<p>L&#8217;impiego del FACS nel contesto psicoterapico può essere utile in ogni momento di interazione terapeuta-paziente sia a livello relazionale, sia in fase diagnostica che durante il processo di cambiamento.</p>
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		<title>Utilizzo del FACS nella fase diagnostica della psicoterapia</title>
		<link>https://www.studiopsicologiarizzi.it/utilizzo-del-facs-nella-fase-diagnostica-della-psicoterapia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Laura Casetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Oct 2014 10:32:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Aggiornamenti]]></category>
		<category><![CDATA[diagnosi]]></category>
		<category><![CDATA[espressioni facciali]]></category>
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<p>Uno studio non pubblicato di Ekman del 1974, poi pubblicato in “What the face reveals, basic and applied studies of spontaneous expression using the Facial Action Coding System” nel 1997 mette in luce come l’impiego dell’EMFACS e del FACS nella fase diagnostica della psicoterapia possa essere utile per avere informazioni dettagliate sulla diagnosi e per prevedere l’outcome dell’intervento. L’articolo purtroppo si basa su un campione molto piccolo (17 soggetti), nonostante ciò, i risultati sono interessanti e possono essere utili allo psicoterapeuta durante il primo colloquio, momento in cui questi deve iniziare a instaurare la relazione col paziente e a orientarsi verso la sua diagnosi. Visto la grande mole di informazioni, sia sul piano verbale che non verbale, e il tempo ridotto a disposizione, sapere cosa cercare o notare nel volto del paziente, cosa aspettarci o come orientarci in presenza di determinate espressioni emozionali, è utile e può aiutare lo psicoterapeuta a “sciogliere la matassa”. Ovviamente non basterà un’espressione facciale ripetuta per fare una diagnosi al paziente, ma sicuramente può essere un indizio utile su come procedere nel colloquio.</p>
<p>Riassumiamo ora brevemente quali espressioni facciali ci possono fornire informazioni importanti sul paziente in una prima fase diagnostica. I risultati di Ekman e colleghi (1997) mostrano che i pazienti con diagnosi di depressione maggiore si differenziano dagli altri perché mostrano più tristezza e disgusto (nell’articolo in una nota l’autore spiega che disgusto e disprezzo sono state assemblate in disgusto) e mostrano meno sorrisi falsi rispetto ai pazienti con depressione minore. Pazienti con disturbo maniacale mostrerebbero invece più espressioni di sorriso sia sincero che falso, meno rabbia, disgusto o tristezza rispetto al gruppo di depressi. Infine il gruppo di schizofrenici si differenzia dagli altri per la presenza maggiore di espressioni di paura e per un “appiattimento” nelle altre emozioni. Un altro studio pubblicato in Ekman e Rosenberg (1997) invece metterebbe in luce come espressioni di disprezzo e lo sguardo ostile (descritto nell’articolo come attività di apertura dell’occhio della palpebra superiore e contrazione della palpebra inferiore, AU5+AU7) contraddistinguano le personalità di tipo A (generalmente caratterizzate da ostilità, rabbia, ansia), da quelle di tipo B.</p>
<p>Il risultato forse più interessante dello studio del ’74 di Ekman e colleghi è però che le espressioni facciali sembrerebbero in grado di predire l’esito della terapia e il grado di miglioramento del paziente. La presenza del sorriso falso o non sentito e l’assenza di espressioni di disprezzo correlerebbero positivamente con l’esito favorevole dell’intervento. Il terapeuta che, durante il primo colloquio, si dovesse accorgere di espressioni di disprezzo o notasse l’assenza di sorrisi anche falsi nel volto del paziente dovrà mettere in conto la possibilità di fare più fatica a relazionarsi e a intraprendere un percorso efficace col proprio paziente.</p>
<p>Anche nella terapia di coppia l’analisi del volto dei due partner si è rivelato un valido predittore di quale sarà l’esito della terapia e aiuta in fase di assessment a individuare lo stile comunicativo non verbale che può contribuire alla crisi. In uno studio di Gottman del 2001, i sorrisi sinceri in entrambi i partner correlavano negativamente con la sensazione di oppressione e sofferenza, mentre espressioni negative in entrambi i partner (disprezzo, rabbia, paura o tristezza) correlavano con pensieri di non speranza e sofferenza.</p>
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		<title>Dalla tristezza &#8220;normale&#8221; alla depressione patologica</title>
		<link>https://www.studiopsicologiarizzi.it/dalla-tristezza-normale-alla-depressione-patologica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Laura Casetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Jan 2015 11:45:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Aggiornamenti]]></category>
		<category><![CDATA[accettazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tutte le persone sperimentano tristezza o disforia: fa parte della vita non riuscire a raggiungere un obiettivo, perdere una persona amata, subire le conseguenze di una crisi economica. Non tutti,<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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<p class="Corpo"><strong>Tutte le persone sperimentano tristezza</strong> o disforia: fa parte della vita non riuscire a raggiungere un obiettivo, perdere una persona amata, subire le conseguenze di una crisi economica.<strong> Non tutti</strong>, però fanno quel salto che cronicizza e fa diventare patologica la &#8220;sana&#8221; tristezza. Alcuni, in altri termini, <strong>passano dalla tristezza (o disforia) alla depressione</strong>.</p>
<p class="Corpo">Le definizioni di disforia sono più di uno, in questo articolo per disforia si intende uno stato <strong>adattivo</strong> con sintomi moderati tipici dell&#8217;umore depresso, ma differisce dalla depressione, intesa invece come un disturbo <strong>disadattivo </strong>dell&#8217;umore che interferisce con il vivere in linea con i propri valori e con ciò che è importante.</p>
<p class="Corpo">In generale, le fluttuazioni nell&#8217;umore sono normali e svolgono la funzione adattiva di orientare la persona verso ciò che è saliente o lontano da ciò che è pericoloso. In questa prospettiva l&#8217;ansia, ad esempio, allontana la persona da ciò che può essere pericoloso o che può danneggiare l&#8217;individuo, mentre la disforia preserva l&#8217;individuo dal continuare a investire risorse ed energia in una direzione non attuabile e dove non è conseguibile il risultato voluto. La disforia tiene quindi lontano l&#8217;individuo da ciò che è inutile, ritirando le proprie energie per poi reinvestirle altrove.</p>
<p class="Corpo"><strong>La disforia diventa depressione quando la persona inizia a lottare contro il proprio stato emotivo e le sensazioni e i pensieri ad esso legati</strong>, quando si inizia a sentirsi sbagliati perché &#8220;non felici&#8221;, quando le proprie energie iniziano ad essere finalizzate esclusivamente contro la lotta al proprio umore depresso.</p>
<p class="Corpo">In altri termini è la non accettazione del dolore che caratterizza la disforia che porta l&#8217;individuo in una spirale negativa e patologica che aumenta il dolore invece di controllarlo o eliminarlo, come si vorrebbe. L&#8217;accettazione e il poter fare spazio alle sensazioni, alle emozioni e ai pensieri spiacevoli è quindi uno dei passi importanti per uscire dal vortice della depressione, rinunciando all&#8217;agenda del controllo dello &#8220;star bene&#8221;.</p>
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		<item>
		<title>La trappola dell’ &#8220;io sono…” vivi senza vergogna e apriti alla vita</title>
		<link>https://www.studiopsicologiarizzi.it/la-trappola-dell-vivi-senza-vergogna-apriti-alla-vita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Laura Casetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Feb 2015 17:01:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[autostima]]></category>
		<category><![CDATA[crescita personale]]></category>
		<category><![CDATA[psicoterapia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sabato 21 e Domenica 22 febbraio 2015 dalle 10:00 alle 17:00 &#8220;Io sono ansioso&#8221;, &#8220;Io non sono bella&#8221;, &#8220;Io sono impacciato&#8221;, &#8220;Io sono intelligente&#8221;, &#8220;Io sono troppo arrabbiato&#8221; &#8230;ogni volta<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Sabato 21 e Domenica 22 febbraio 2015 dalle 10:00 alle 17:00</p>
<p>&#8220;Io sono ansioso&#8221;, &#8220;Io non sono bella&#8221;, &#8220;Io sono impacciato&#8221;, &#8220;Io sono intelligente&#8221;, &#8220;Io sono troppo arrabbiato&#8221; &#8230;ogni volta che ci identifichiamo con queste e altre parole, costruiamo una gabbia che ci impedisce di mantenerci aperti nello scoprire la ricchezza e le possibilità che la vita offre.</p>
<p>&#8220;Io sono bella&#8221; implica che dovrò truccarmi in un certo modo o valorizzare attentamente il mio viso o il mio corpo, e in ogni situazione dovrò piacere agli altri, mostrando estrema disponibilità e gentilezza, non potrò mai abbassare la guardia e lasciarmi andare (o perderò la mia grazia), mantenendo un elevato controllo anche tra amici o col partner.</p>
<p>&#8220;Io sono brutta&#8221; implica che gli altri di sicuro non mi vorranno, mi staranno distanti e che ogni sforzo per essere più carina sarà, in ogni caso, inutile o mi ridicolizzerà ancora di più. &#8220;Sono brutta&#8221;, quindi, per non provare vergogna starò alla larga dalle persone, e se si avvicinano, sarà per prendersi gioco di me, per cui meglio allontanarli subito mostrandosi infastiditi&#8230;</p>
<p>Tutta questa fatica e questi sforzi (tutte queste sbarre della gabbia) vanno nella direzione di evitare di sentirsi sbagliati, di vergognarsi per ciò che si è: &#8220;sono brutta e gli altri non mi vogliono&#8221; o &#8220;sono bella ma gli altri non mi vorranno se divento brutta&#8221;.</p>
<p>Ogni trappola dell'&#8221;Io sono&#8221; agisce allo stesso modo, sia che l&#8217;etichetta sia positiva, sia che l&#8217;etichetta sia negativa: la vergogna per ciò che siamo o potremmo essere influisce negativamente sul modo di sperimentarci in diversi contesti. Secondo la psicologia Funzionale, ogni etichetta irrigidisce le nostre Funzioni che perdono la loro naturale mobilità e di conseguenza alcune Esperienze non hanno lo spazio necessario per essere vissute pienamente. Ogni trappola, in particolare, va a comprimere i Funzionamenti delle Sensazioni, del Lasciare, della Condivisione e della Consistenza. Senza queste esperienze la persona perde la propria bussola intesa come elemento fondamentale per progettare e per riconoscere ciò che è davvero importante per sé.</p>
<p>Questo Workshop ha l&#8217;obiettivo di individuare le proprie gabbie dell'&#8221;io sono&#8221; e permettere ai partecipanti di riacquisire mobilità al di fuori di queste gabbie, mettendosi in gioco alla scoperta del proprio Essere, in ogni esperienza e in ogni momento.</p>
<p><strong>Riferimenti teorici</strong></p>
<p>Il Funzionalismo Moderno, sulla cui epistemologia si basa il costrutto clinico della Scuola Europea di Formazione in Psicoterapia Funzionale, nasce dalla necessità di integrare nella teoria e nella pratica psicoterapeutica le più recenti acquisizioni della ricerca scientifica sull&#8217;integrazione del Sé.</p>
<p>Il Neofunzionalismo, con un approccio olistico, si concentra su Funzionamenti che appartengono ad ogni essere vivente umano e che sono spesso visibili anche in specie animali. Infatti, la Forza, la capacità di Percepire ed Esplorare, il Sentirsi, il Contatto, sono Funzionamenti riconoscibili ed individuabili non solo nella razza umana, ma anche in molte specie animali. Ogni Funzionamento di fondo consolidato nelle Esperienze di Base, è predisposto da un preciso quadro di Funzioni, che si vanno a considerare ed a modificare nella pratica psicoterapeutica.</p>
<p>Le Funzioni si modulano affinché l&#8217;organismo possa esprimere ciascuno dei suoi Funzionamenti in precise Esperienze di Base nel modo più ampio possibile.</p>
<p><strong>Metodologia</strong></p>
<p>Il lavoro prevede l&#8217;essere guidati in esperienze pratiche psicocorporee che consentono l&#8217;apprendimento tecnico e la crescita personale sul tema proposto. I vissuti potranno essere raccolti e condivisi in gruppo, permettendo una riflessione sia personale sia teorica.Le tecniche utilizzate fanno riferimento alla matrice della Psicologia Funzionale e prevedono attività in gruppo ed in coppia con tecniche psicocorporee, di tocco e contatto. Il lavoro attraverso le Esperienze permette ai partecipanti di sperimentarsi in prima persona e di riconoscere e integrare le proprie emozioni, sensazioni e vissuti.</p>
<p><strong>Docenti</strong></p>
<p>L. Casetta Psicologa, Psicoterapeuta</p>
<p>D. Trabucchi Psicologa, Psicoterapeuta</p>
<p><strong>Destinatari</strong></p>
<p>Il percorso formativo è rivolto a tutti coloro, inclusi studenti e specializzandi, che intendono sviluppare capacità personali attraverso esperienze pratiche che approfondiscono il tema proposto.</p>
<p><strong>Adesioni e iscrizioni</strong></p>
<p>La quota di partecipazione al corso formativo è di euro 100 + IVA ed andrà versata nella prima giornata di corso. L&#8217;adesione va segnalata alla segreteria dell&#8217;Ass. Centro di Psicologia e Psicoterapia Funzionale – Istituto S.I.F. di Padova entro il 20 febbraio 2015. L&#8217;iscrizione può avvenire via telefonica, o inviando il modulo retro stampato via e-mail o fax.</p>
<p>SI PREGA DI INDOSSARE UN ABBIGLIAMENTO COMODO</p>
<p>(es. tuta e calzini)</p>
<p><strong>VOLANTINO &gt;</strong> <a href="http://www.studiopsicologiarizzi.it/la-trappola-dell-vivi-senza-vergogna-apriti-alla-vita/ws-trappola-dellio-sono/" rel="attachment wp-att-303">La trappola dell&#8217;io sono &#8211; vivi senza vergogna e apriti alla vita</a></p>
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		<item>
		<title>I miei brani musicali di tenerezza</title>
		<link>https://www.studiopsicologiarizzi.it/miei-brani-musicali-tenerezza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Laura Casetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 May 2015 10:57:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Aggiornamenti]]></category>
		<category><![CDATA[brani musicali]]></category>
		<category><![CDATA[dolcezza]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[tenerezza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Condurre un gruppo di psicoterapia può richiedere, talvolta, l&#8217; accompagnare alcune tecniche o momenti con della musica adeguata al clima emotivo che si vuole creare. Dopo diversi anni di studio<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="itemIntroText">
<div class="itemIntroText">
<div class="itemIntroText">
<div class="itemIntroText">
<p>Condurre un gruppo di psicoterapia può richiedere, talvolta, l&#8217; accompagnare alcune tecniche o momenti con della musica adeguata al clima emotivo che si vuole creare.</p>
<p>Dopo diversi anni di studio (e di ascolto) ho elaborato una mia playlist personale con dei brani &#8220;pronti all&#8217;uso&#8221;, quindi facili da usare e sperimentati in diversi contesti!</p>
<p>Di seguito l&#8217;elenco di alcuni dei miei brani preferiti relativi alla tenerezza.</p>
<p>Le caratteristiche di questi brani sono, in accordo con Juslin e Sloboda (1996):</p>
<p>&#8211; tempo medio lento</p>
<p>&#8211; attacco dolce</p>
<p>&#8211; volume basso del suono</p>
<p>&#8211; piccola variabilità tra i suoni</p>
<p>&#8211; uso del legato</p>
<p>&#8211; timbro dolce</p>
<p>&#8211; variazione ritmiche consistenti</p>
<p>&#8211; accenti su note stabili</p>
<p>&#8211; contrasti dolci</p>
<p>&#8211; ritardando finale</p>
<p>Ognuno di essi è comunque diverso nello stile e di conseguenza anche nelle immagini e ricordi che ispira, quindi buon ascolto!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ludovico Einaudi &#8211; Fairytales &#8212;- <a href="https://www.youtube.com/watch?v=KjMKFLVMoeg" target="_blank">link youtube</a></p>
<p>Bobby Mc Ferrin &#8211; Common Threads &#8212;- <a href="https://www.youtube.com/watch?v=LZwH0otKKnU" target="_blank">link youtube</a></p>
<p>Arvo Part &#8211; Spiegel im Spiegel &#8212;- <a href="https://www.youtube.com/watch?v=TJ6Mzvh3XCc" target="_blank">link youtube</a></p>
<p>Brian Eno &#8211; The plateaux of mirror first light &#8212;- <a href="https://www.youtube.com/watch?v=MgF99zTv6nY" target="_blank">link youtube</a></p>
<p>John Cage- Dream &#8212;- <a href="https://www.youtube.com/watch?v=ByJvL4EDat4" target="_blank">link youtube</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Se alcuni di questi brani ti piacciono, puoi salvarli da youtube in mp3 seguendo le istruzioni a questo <a href="http://www.aranzulla.it/come-scaricare-musica-da-youtube-gratis-18068.html" target="_blank">link</a>.</p>
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		<title>Lavorare in psicoterapia con le emozioni per il cambiamento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Laura Casetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Oct 2018 10:29:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Aggiornamenti]]></category>
		<category><![CDATA[consapevolezza]]></category>
		<category><![CDATA[Emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[espressione]]></category>
		<category><![CDATA[psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[regolazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Teoria e ricerca hanno portato allo sviluppo di una serie di principi su base empirica necessari per il cambiamento emotivo. Secondo Greenberg (2010) il cambiamento emotivo avviene attraverso almeno sei<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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<p><strong><em>Teoria e ricerca hanno portato allo sviluppo di una serie di principi su base empirica necessari per il cambiamento emotivo. </em></strong></p>
<p><strong><em>Secondo Greenberg (2010) il cambiamento emotivo avviene attraverso almeno sei processi descritti brevemente di seguito: la sensibilizzazione,  l&#8217;espressione, la regolazione, la riflessione, la trasformazione e l&#8217;esperienza emozionale correttiva. Questi processi sono facilitati quando si verificano nel contesto di una relazione empatica.</em></strong></p>
<p><strong>Consapevolezza</strong>. La consapevolezza delle emozioni è il principio più importante nel cambiamento. Diventare consapevoli dell&#8217;esperienza emotiva e poterla verbalizzare fornisce l&#8217;accesso alle informazioni adattive e alla tendenza d&#8217;azione propria di ogni emozione. Una volta che la persona conosce quello che sente, si ricollega alla esigenze che vengono segnalate dall&#8217;emozione e si motiva per soddisfarle. È utile, nel lavorare con la consapevolezza, fare una distinzione tra la consapevolezza delle emozioni di base e la consapevolezza delle sensazioni corporee. Questo implica che possiamo essere consapevoli di sentirci arrabbiati, tristi, o impauriti o essere consapevoli di un senso di pericolo, o di una sensazione di oppressione allo stomaco, o di leggerezza e così via. Emozioni e sensazioni insieme ci forniscono una bussola per la navigazione attraverso la nostra vita.</p>
<p><strong>Espressione</strong>. Esprimere le emozioni nel setting psicoterapico non significa sfogarsi, ma piuttosto coinvolgere il corpo in una azione che aiuta a superare l&#8217;evitamento esperienziale, allenta la tensione muscolare, e genera cambiamenti neurochimici e fisiologici al di là della consapevolezza, cambiando l&#8217;organizzazione del sé e le interazioni con gli altri.</p>
<p><strong>Regolazione</strong>. Un altro importante processo di cambiamento è sviluppare la capacità di tollerare e regolare una emozione nel momento in cui si sta vivendo. La capacità deliberata di regolazione delle emozioni coinvolge processi come l&#8217;identificazione e l&#8217;etichettatura delle emozioni, l&#8217;accettazione e la tolleranza di esse, la capacità di calmarsi, l&#8217;impiego della respirazione e la capacità di spostare l&#8217;attenzione. Un altro aspetto importante della regolazione comporta lo sviluppo di un sé osservante che può notare l’emozione, prendendone una distanza che permette di non esserne in balia, soprattutto quando l’emozione è molto forte e intensa. In questo modo la persona può osservare, ad esempio, la propria tristezza in seguito ad un lutto, con la stessa distanza da cui si osserva uno spettacolo teatrale: questo non farà andare via l’emozione, bensì permetterà alla persona di poterci stare.</p>
<p><strong>Riflessione</strong>. Promuovere la riflessione sui vissuti emotivi aiuta le persone a dare un senso alla loro esperienza e ne promuove l&#8217;assimilazione nei processi di auto-narrazione. Infatti, quello che facciamo della nostra esperienza emotiva ci rende quello che siamo, per cui la riflessione aiuta a creare nuovo significato e sviluppare nuove narrazioni per comprendere l&#8217;esperienza e vedere nuove possibilità (Angus &amp; Greenberg, 2011; Greenberg &amp; Angus, 2004; Greenberg &amp; Pascual-Leone, 1997, 2001; Pennebaker, 1995).</p>
<p><strong>Trasformazione</strong>. Un altro modo per lavorare con le emozioni nella terapia comporta la sostituzione di una emozione disadattiva, come la paura e la vergogna, con una emozione più funzionale, come la rabbia assertiva, la tristezza per il dolore, o la compassione per sé (Greenberg, 2002, 2010).</p>
<p><strong>Esperienza emozionale correttiva</strong>. Infine, un altro modo per cambiare un&#8217;emozione è quello di avere una nuova esperienza che cambia il significato di un vecchio sentimento. Nuove esperienze che, per esempio, suscitano benessere nella relazione con l&#8217;altro in una persona con fobia sociale, sono in grado di correggere i modelli arcaici di comportamento e di risposta. Alexander, figura di riferimento della <i>Scuola di Chicago</i>, fu tra i primi portare l&#8217;<i>esperienza emozionale correttiva</i> nel trattamento terapeutico, un’esperienza reale grazie alla quale il paziente raggiungeva la percezione emotiva di non essere più un bambino di fronte, ad esempio, un padre onnipotente (Rizzi, Boccasso, Casetta, 2012).</p>
<p>Una nota importante, a questo punto, è che non tutte le emozioni sono allo stesso modo facili da modificare. Ad esempio, la vergogna è stata identificata da Tangney (2007) come una delle emozioni più difficili da cambiare e, al tempo stesso, più pericolosa per la salute e il benessere dell’individuo. La vergogna, infatti è una emozione morale che riguarda la valutazione di se stessi, e, quando l’individuo ha una forte tendenza a provare vergogna, crede profondamente che il suo sé sia sbagliato in modo stabile, non modificabile e non controllabile. La vergogna innesca comportamenti di evitamento e di allontanamento o aggressione dell’altro. Pazienti con problemi di rabbia distruttiva e pervasiva, ad esempio, potrebbero avere un forte nucleo di vergogna. Con la vergogna è difficile relazionarsi: il paziente si nasconderà, si terrà distante, si coprirà con atteggiamenti aggressivi o giudicanti, perché è proprio questo che fa la vergogna! Le ricerche su questa emozione hanno messo in luce come chi è propenso ad essa ha una probabilità maggiore di sviluppare una psicopatologia, per cui lo psicoterapeuta, nel suo studio, oltre a lavorare sulle emozioni “target” che sembrano all’origine del problema, dovrebbero considerare anche la possibilità di individuare l’eventuale presenza di un nucleo profondo di vergogna che potrebbe essere, talvolta, la chiave di svolta del processo di cambiamento.</p>
<p>Al di là delle tecniche, il lavorare con la vergogna implica una profonda e sincera relazione affettiva col paziente, che possa garantirgli la protezione, l’accoglienza e un atteggiamento di totale assenza di giudizio.</p>
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		<title>Quando pensare fa male: ruminazione del pensiero e depressione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Laura Casetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 May 2019 06:48:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Aggiornamenti]]></category>
		<category><![CDATA[controllo]]></category>
		<category><![CDATA[depressione]]></category>
		<category><![CDATA[kung fu panda]]></category>
		<category><![CDATA[laura casetta]]></category>
		<category><![CDATA[meditazione]]></category>
		<category><![CDATA[pensiero]]></category>
		<category><![CDATA[psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[ruminazione del pensiero]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La soppressione dei pensieri, la ruminazione e il darsi spiegazioni, sono implicate nella depressione. La ruminazione sembra incidere maggiormente sull&#8217;inizio, sull&#8217;aggravarsi e sul mantenersi della depressione. Cos&#8217;è la ruminazione del<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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<p class="Corpo">La soppressione dei pensieri, la ruminazione e il darsi spiegazioni, sono implicate nella <strong>depressione</strong>. La ruminazione sembra incidere maggiormente sull&#8217;inizio, sull&#8217;aggravarsi e sul mantenersi della depressione.</p>
<h3 class="Corpo">Cos&#8217;è la ruminazione del pensiero?</h3>
<p class="Corpo">La ruminazione è intesa come quel processo in cui si <strong>cerca di rispondere a delle domande che ci si auto pone. </strong>Queste domande riguardano il<strong> significato, la causa e la conseguenza di qualcosa</strong>.</p>
<p class="Corpo"><em><strong>La ruminazione indossa il ruolo di &#8220;problem solving&#8221;, ma si focalizza su problemi che di fatto non hanno una soluzione</strong></em>, come appunto, il dolore per la morte di un caro.</p>
<p class="Corpo"><strong>La ricerca di una soluzione non ha mai termine</strong>: la persona con ruminazione non è mai soddisfatta della soluzione proposta e si irrigidisce e paralizza nel non mettere in atto nessuna nuova azione, proprio perché non è mai quella definitiva. Questa rigidità <strong>alimenta ancora di più l&#8217;incertezza, il dubbio, il dover pensare ancora più attentamente alla questione</strong>.</p>
<h3 class="Corpo">Perché si rumina?</h3>
<p class="Corpo">Si rumina perché si cerca di avere un <strong>CONTROLLO</strong> su ciò che fa paura o che crea disagio. Chi ha la tendenza alla ruminazione del pensiero<strong> crede che il pensare lo aiuti realmente</strong> ad avere maggior controllo e, quindi, che sia ad un passo dal trovare la soluzione perfetta. <em>Ma controllo non è sinonimo di consapevolezza</em>. Purtroppo, la ruminazione allontana la persona sempre di più dal mondo reale, fatto di esperienze e di sensazioni, e la persona si ritrova a vivere in mondo verbale con cui è fusa.</p>
<p class="Corpo"><a href="http://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2015/01/OogwayPeachTree.png"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-large wp-image-982" src="http://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2015/01/OogwayPeachTree-1024x435.png" alt="Illusione del controllo - Kung fu panda" width="1024" height="435" /></a></p>
<h2><strong>Come si smette di ruminare?</strong></h2>
<p>1- <strong>abbandona l&#8217;illusione del CONTROLLO</strong>, come sostiene Oogway, il maestro tartaruga di Kung Fu Panda. Chiediti cosa possiamo effettivamente controllare e cosa no. Una malattia, un terremoto, una morte improvvisa, <em>come si comporterà un&#8217;altra persona o perché ha agito in un certo modo sono fenomeni fuori dal nostro controllo</em>. Cosa possiamo controllare? quello che facciamo, ad esempio, leggere questo articolo.</p>
<p>2- <strong>Accorgiti che stai ruminando</strong>: pensa alla strada che hai fatto per andare a lavoro e chiediti &#8220;<em>Quali dettagli ricordo della strada percorsa?</em>&#8220;. Se non ricordi dettagli è probabile che fossi perso nei tuoi pensieri. Se poi i pensieri erano <em>sofferti, volti al comprendere dei perché&#8230; allora stavi ruminando</em>.</p>
<p>3- <strong>Prova a meditare</strong>: la meditazione è un ottimo esercizio per conoscere come funziona la nostra mente. Meditare ci aiuta ad avere degli insight su perché ruminiamo, su quando ruminiamo e ci aiuta a stoppare questa trappola.</p>
<p><a href="https://www.studiopsicologiarizzi.it/corsi/corso-di-mindfulness-online/">Scopri il nostro corso di mindfulness online&gt;&gt;</a></p>
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="tIlilnj8h7"><p><a href="https://www.studiopsicologiarizzi.it/corsi/corso-di-mindfulness-online/">Corso di Mindfulness ONLINE</a></p></blockquote>
<p><iframe title="&#8220;Corso di Mindfulness ONLINE&#8221; &#8212; Studio Psicologia Rizzi" class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted"  src="https://www.studiopsicologiarizzi.it/corsi/corso-di-mindfulness-online/embed/#?secret=tIlilnj8h7" data-secret="tIlilnj8h7" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe></p>
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