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	<title>musica &#8211; Studio Psicologia Rizzi</title>
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	<description>Psicologo e psicoterapeuta a Padova e San Donà di Piave. Tratta Disturbi Sessuali, Psicosomatici, Stress, Depressione e Ansia. Primo incontro gratuito.</description>
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		<title>Storia della musica ed emozioni</title>
		<link>https://www.studiopsicologiarizzi.it/storia-della-musica-ed-emozioni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Laura Casetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 May 2015 10:54:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Aggiornamenti]]></category>
		<category><![CDATA[Emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
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<p>La musica è presente in tutte le culture e in tutti i popoli della terra e può avere svariati ruoli, da quelli sociali a quelli rituali. La musica che appartiene al nostro contesto culturale è quella che generalmente viene identificata col nome di musica occidentale e le sue radici risalgono agli antichi Greci, anche se poco ci è pervenuto della loro musica.</p>
<p>La musica Occidentale è strettamente legata al concetto di emozioni. Possiamo notare l’esistenza di questo legame fin dalla culla della musica presso i Greci. Allora questa era una forma d’arte molto importante e aveva il ruolo di accompagnare la poesia e i cori nel teatro, per enfatizzare le emozioni trasmesse dal significato delle parole.</p>
<p>Nel Medioevo la musica si divise in sacra e profana, e la prima ebbe due funzioni distinte: inizialmente ebbe la funzione di avvicinare il popolo alle cerimonie religiose e di farlo partecipare a queste mediante i canti gregoriani, successivamente di rappresentare Dio mediante la polifonia, un intreccio complicato di più linee melodiche vocali che avevano lo scopo di riprodurre le voci angeliche del paradiso. Come si può vedere la musica era ancora strettamente legata alla parola e non aveva una sua indipendenza da questa nel comunicare le emozioni.</p>
<p>Il panorama musicale cambiò invece completamente con la nascita del melodramma nel Seicento. In quel periodo si riscoprì l’antico teatro Greco e si cercò di farlo rinascere mediante questo nuovo genere che ebbe subito un grande successo. Nato in Italia, la voce deteneva ancora il ruolo principale: si riteneva che solo così potessero essere trasmessi i significati e le emozioni. Ma fu proprio il successo di questo genere che in un certo senso ne determinò se non la fine, un profondo mutamento. Infatti il melodramma si espanse in tutta Europa, ma le parti vocali non si prestavano a venire tradotte nelle altre lingue per cui persero gradualmente valore. A questo punto avvenne qualcosa di molto importante che pose il seme della musica moderna: le orchestre acquistarono autonomia e si iniziò a capire che la musica, da sola, senza l’accompagnamento vocale, poteva trasmettere emozioni svariate. Nel Settecento comparvero così Bach e Handel, Haydn e Mozart. Questi ultimi avevano colto il potenziale espressivo della musica, ma erano ancora vincolati a comporre della musica su commissione o per qualche particolare occasione. La musica si slegò da queste ultime catene all’inizio dell’Ottocento con Beethoven grazie al quale assunse la completa indipendenza dalla parola, anzi venne ritenuta la forma d’arte più nobile proprio per questo motivo. Ma musica e parola non restarono separate a lungo perché questa indipendenza fu la culla della musicologia, la scienza che studia tutti gli aspetti della musica. In altri termini fiorirono una quantità smisurata di libri per interpretare la Nona o la Quinta sinfonia di Beethoven e per interpretare la musica in generale, cercando di darle un significato. Paradossalmente per i Romantici la musica fu più che mai una lingua sonora e non era fine a se stessa come poteva essere per Mozart o per Haydn, bensì aveva una precisa funzione di comunicazione (Mila, 1946). Schumann raccontava “Le scene del bosco” con il pianoforte e faceva rivelare all’“Uccello profeta” i segreti della natura, Chopin dipingeva se stesso e la natura nei suoi “Notturni”. Questi e molti altri esempi possono farci capire quale era il potenziale comunicativo della musica in questo periodo storico.</p>
<p>Ancora oggi uno dei ruoli più importanti della musica moderna è quello di suscitare emozioni in chi la ascolta.</p>
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		<title>I miei brani musicali di tenerezza</title>
		<link>https://www.studiopsicologiarizzi.it/miei-brani-musicali-tenerezza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Laura Casetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 May 2015 10:57:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Aggiornamenti]]></category>
		<category><![CDATA[brani musicali]]></category>
		<category><![CDATA[dolcezza]]></category>
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		<category><![CDATA[psicoterapia]]></category>
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<p>Condurre un gruppo di psicoterapia può richiedere, talvolta, l&#8217; accompagnare alcune tecniche o momenti con della musica adeguata al clima emotivo che si vuole creare.</p>
<p>Dopo diversi anni di studio (e di ascolto) ho elaborato una mia playlist personale con dei brani &#8220;pronti all&#8217;uso&#8221;, quindi facili da usare e sperimentati in diversi contesti!</p>
<p>Di seguito l&#8217;elenco di alcuni dei miei brani preferiti relativi alla tenerezza.</p>
<p>Le caratteristiche di questi brani sono, in accordo con Juslin e Sloboda (1996):</p>
<p>&#8211; tempo medio lento</p>
<p>&#8211; attacco dolce</p>
<p>&#8211; volume basso del suono</p>
<p>&#8211; piccola variabilità tra i suoni</p>
<p>&#8211; uso del legato</p>
<p>&#8211; timbro dolce</p>
<p>&#8211; variazione ritmiche consistenti</p>
<p>&#8211; accenti su note stabili</p>
<p>&#8211; contrasti dolci</p>
<p>&#8211; ritardando finale</p>
<p>Ognuno di essi è comunque diverso nello stile e di conseguenza anche nelle immagini e ricordi che ispira, quindi buon ascolto!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ludovico Einaudi &#8211; Fairytales &#8212;- <a href="https://www.youtube.com/watch?v=KjMKFLVMoeg" target="_blank">link youtube</a></p>
<p>Bobby Mc Ferrin &#8211; Common Threads &#8212;- <a href="https://www.youtube.com/watch?v=LZwH0otKKnU" target="_blank">link youtube</a></p>
<p>Arvo Part &#8211; Spiegel im Spiegel &#8212;- <a href="https://www.youtube.com/watch?v=TJ6Mzvh3XCc" target="_blank">link youtube</a></p>
<p>Brian Eno &#8211; The plateaux of mirror first light &#8212;- <a href="https://www.youtube.com/watch?v=MgF99zTv6nY" target="_blank">link youtube</a></p>
<p>John Cage- Dream &#8212;- <a href="https://www.youtube.com/watch?v=ByJvL4EDat4" target="_blank">link youtube</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Se alcuni di questi brani ti piacciono, puoi salvarli da youtube in mp3 seguendo le istruzioni a questo <a href="http://www.aranzulla.it/come-scaricare-musica-da-youtube-gratis-18068.html" target="_blank">link</a>.</p>
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		<title>Perché gli adolescenti ascoltano musica?</title>
		<link>https://www.studiopsicologiarizzi.it/perche-gli-adolescenti-ascoltano-musica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Laura Casetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Aug 2015 11:01:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Musica ed emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[adolescenti]]></category>
		<category><![CDATA[Emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[evitamento]]></category>
		<category><![CDATA[gruppo]]></category>
		<category><![CDATA[identità]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
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<p>Il tempo dedicato dagli adolescenti ad ascoltare musica si aggira mediamente intorno alle 2-3 ore al giorno (North, Hargreaves &amp; O’Neill, 2000). Questa osservazione ha incuriosito diversi ricercatori e li ha spinti a chiedersi quale funzione ricopra la musica in questo particolare periodo della vita, tale da giustificarne una presenza così consistente. Le risposte fornite hanno distinto <strong>due funzioni della musica: una sociale</strong> (socializzare coi pari, formazione della propria identità) <strong>e una individuale</strong> (regolazione dell’umore e strategie per affrontare i problemi) (Bakagiannis &amp; Tarrant, 2006).</p>
<h2>Ascoltare musica per appartenere a un gruppo: lo sviluppo dell&#8217;identità in adolescenza</h2>
<p>La funzione sociale nasce dall’osservazione che l’ascolto di musica per l’adolescente correla con l’<strong>appartenenza a dei gruppi nei quali gli individui che li costituiscono condividono idee, atteggiamenti, simboli culturali, interessi, risorse di conoscenza, modelli</strong> (Bakagiannis &amp; Tarrant, 2006).</p>
<p>L’appartenenza ad un gruppo aiuta l’adolescente nella <strong>formazione della propria identità</strong>, attraverso l’adozione di comportamenti propri del gruppo, in linea con la Social Identity Theory di Tajfel (1978). Questa tendenza dell’adolescente può essere all’origine dell’adozione di uno stile e della preferenza verso un genere musicale: conoscere determinate canzoni o gruppi musicali diventa una chiave di accesso al gruppo e di condivisione tra pari. La musica, in questo caso, sarebbe conseguente all’appartenza ad un gruppo.</p>
<p>Esiste un altro modo con il quale la musica può diventare il cuore di aggregazione di un gruppo e che non è una conseguenza dell’appartenenza, ma è all’origine della formazione di un gruppo. Le persone sono maggiormente <strong>attratte verso coloro che hanno atteggiamenti, valori, comportamenti</strong>, caratteristiche di personalità simili a sé e questo fenomeno è spiegato dalla similarity-attraction hypothesis di Byrne (1971). Questo autore suggerisce che le caratteristiche di una persona osservabili esternamente forniscono un filtro iniziale per avvicinarsi o meno ad un individuo. Le sottoculture musicali hanno un particolare ruolo in questo poiché le persone che vi appartengono generalmente adottano un certo stile nell’abbigliamento, nella pettinatura e in altri segnali che possono essere letti esternamente (Rentfrow &amp; Gosling, 2006, 2007). Le “<strong>sottoculture musicali</strong>”  che condividono un determinato stile musicale sono comuni nell’adolescenza e se ne possono individuare circa cinque: il Metal (Heavy Metal, Punk Rock, Alternative Rock), il Soul (Hip-Hop, R&amp;G e il Raggae), il Pop (Pop music, Pop Rock), la Classica (Classica, Jazz, Blues, Worldbeat) e l’Elettronica (Techno, Trance) (Miranda &amp; Claes, 2007). L’adolescente quindi si avvicinerà e formerà un gruppo selezionando le persone più simili a sé e quindi, spesso, con simili preferenze musicali.</p>
<h2>La musica per affrontare le situazioni difficili</h2>
<p>La musica, oltre ad avere un ruolo sociale, ne ha uno individuale che riguarda<strong> la regolazione dell’umore e l’assunzione di strategie di risoluzione di problemi</strong>. L’adolescenza, infatti, è un periodo di vita caratterizzato da sfide e da un incremento di rischi e di fattori stressanti, come la scuola, le relazione coi genitori e coi pari. La musica, in questo contesto, può assumere la funzione di aiutare l’adolescente a gestire gli stressors in due direzioni, una di evitamento e una di accettazione delle proprie esperienze interne.</p>
<p>Una funzione della musica è legata alla <strong>regolazione dell’arousal</strong>, equivalente ad abbassarlo portando verso il rilassamento o ad alzarlo portando verso l’eccitazione. Un’altra funzione è legata all’induzione di emozioni specifiche come la rabbia o la tristezza. Entrambe queste funzioni non sono buone o cattive di per sé, ma vanno viste nella funzione specifica che assumono per l’adolescente in un determinato contesto. Ad esempio l’adolescente può ascoltare musica per rilassarsi quando è in ansia o per provare rabbia quando è molto triste. In questo caso la musica è usata come strategia di evitamento di emozioni (o pensieri o sensazioni) che fa fatica a vivere e che non può “concedersi” perché legate a una concettualizzazione di sé negativa (“Essere tristi è da sfigati”). <strong>La musica aiuta l’adolescente a spostare l’attenzione</strong> da qualcosa di doloroso verso il rispetto di una “regola” interna di come è giusto essere. Al contrario, la musica può essere usata per andare verso una<strong> maggiore comprensione delle proprie emozioni</strong> (ad esempio ascoltare un brano triste per entrare nella propria tristezza e guardarla “da fuori”, con più attenzione, leggendone più sfumature) o per prendersi cura di sé (ad esempio rilassarsi e prendersi una pausa piacevole alla fine di una giornata impegnativa). Questa seconda modalità di utilizzo della musica ha una funzione molto diversa dalla prima: la musica aiuta l’adolescente a sviluppare la comprensione dei propri stati interni, a starci dentro senza giudizio e con un atteggiamento aperto e focalizzato sul momento presente. È probabile che queste due funzioni della musica (quella di evitamento e quella di accettazione) non siano così nettamente distinte o consapevoli, ma che si mescolino e che prevalga a volte l’una, a volte l’altra. Entrambe queste funzioni della musica non hanno di per sé nulla di male: sentirsi stanchi e voler “evitare” di sentire la spiacevole sensazione di pesantezza legata alla fatica per finire i compiti non è un atteggiamento negativo, come non è negativo “deprimersi” ascoltando musica triste dopo che si è stati lasciati dal proprio ragazzo. La funzione di evitamento può però diventare disadattiva quando diviene l’unico modo per gestire un proprio vissuto interno: se la sola possibilità per fare i compiti è ascoltare musica e se ogni volta che sperimenta stanchezza l’adolescente “deve” tirarsi su, “deve” essere performante (“altrimenti non ce la farà”), allora le possibilità per quel ragazzo di sperimentare, vivere e adattarsi in un ventaglio completo di situazioni ed emozioni si riduce.</p>
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		<title>Musica e anziani: ascoltare col cuore</title>
		<link>https://www.studiopsicologiarizzi.it/musica-e-anziani-ascoltare-col-cuore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Laura Casetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Sep 2017 10:26:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Musica, emozioni, ricordi&#8230;dalla teoria alla pratica La musica nelle residenze per anziani è usata per diversi fini: calmare, stimolare, rievocare ricordi, muoversi, condividere. Questo corso ha l’obiettivo di presentare i<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Musica, emozioni, ricordi&#8230;dalla teoria alla pratica</h2>
<p>La musica nelle residenze per anziani è usata per diversi fini: calmare, stimolare, rievocare ricordi, muoversi, condividere.</p>
<p>Questo corso ha l’obiettivo di presentare i meccanismi secondo cui la musica ha effetti sulla rievocazione di ricordi, immagini e stati d’animo e di illustrare le ricerche più recenti sugli effetti del suo impiego con gli anziani.</p>
<p>Così, a partire dalle basi teoriche, i partecipanti potranno acquisire autonomia nella scelta dei brani musicali adatti alle diverse fasi della giornata e alle diverse attività di stimolazione.</p>
<p>Inoltre, ai partecipanti verrà offerta una chiave di lettura per poter intervenire sull’agitazione, la depressione e i disturbi del sonno, usando la musica come mezzo relazionale per empatizzare e conoscersi reciprocamente.</p>
<h3>ACCREDITAMENTO ECM</h3>
<p>Il corso ha ottenuto  <strong>8,1 crediti ECM</strong> per le professioni di: Psicologi (tutte le discipline), Medici (tutte le discipline), Fisioterapisti, Infermieri professionali, Infermieri pediatrici, Ostetriche, Educatori professionali, Logopedista, Assistenti sanitari, Dietista,  Terapisti della neuro e psicomotricità,  Terapista occupazionale, .</p>
<p><strong>Venerdì 28 ottobre 2017 p</strong><strong>resso Associazione Centro di Psicologia e Psicoterapia Funzionale in via Vicenza 12/A</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><strong>Obiettivi formativi</strong></h2>
<p>Questo corso teorico-esperienziale ha l’obiettivo di:</p>
<ul>
<li>Presentare perché la musica suscita emozioni, evoca ricordi e immagini</li>
<li>Imparare ad ascoltare la musica in modo consapevole per poterla selezionare nei diversi contesti</li>
<li>Presentare le ricerche sugli effetti della musica su agitazione, depressione e sonno</li>
<li>Imparare tecniche e attività per conoscersi attraverso l’ascolto della musica</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<h2><strong>Adesioni e iscrizioni</strong></h2>
<p class="Corpodeltesto21">Il corso è aperto a un numero massimo di 25 partecipanti ed è aperto a tutti gli interessati. Il costo dell’iscrizione per chi richiede i crediti ECM è di 100 euro, comprese 5 euro di quota associativa. Per chi non richiede i crediti, studenti e specia­lizzandi è di 80 euro.</p>
<p class="Corpodeltesto21">Per iscriversi, inviare a <a href="mailto:l.casetta@psicoterapiafunzionale.it">l.casetta@psicoterapiafunzionale.it</a>  la scheda di iscrizione e la ricevuta del bonifico bancario. Il bonifico va intestato a:</p>
<p align="center">Associazione Centro di Psicologia e</p>
<p align="center">Psicoterapia Funzionale &#8211; Istituto SIF</p>
<p align="center">UNICREDIT BANCA</p>
<p align="center">Filiale di Padova Via Verdi</p>
<p align="center">C/C 000100438593</p>
<p align="center">IBAN IT22S0200812101000100438593</p>
<h2><strong>Docenti</strong></h2>
<p class="Corpodeltesto21">L.Rizzi: Psicologo, Psicoterapeuta Funzionale</p>
<p class="Corpodeltesto21">L. Casetta: Psicologa, Psicoterapeuta Funzionale</p>
<h1><strong>Programma</strong></h1>
<h1>venerdì 18 maggio 2017</h1>
<p>9.30-11.00 “Musica, emozioni, ricordi”</p>
<p>11.00-11.15 Pausa</p>
<p>11.15 – 13.00 “Imparare ad ascoltare per scegliere la musica”</p>
<p>13.00-14.00 Pausa Pranzo</p>
<p>14.00-16.00  “Gli effetti della musica su agitazione, depressione, sonno”</p>
<p>16.00 – 16.15 Pausa</p>
<p>16.15 &#8211; 18.00 “Attività musicali per la relazione”</p>
<p><i>18.00 a 18.30 Questionario finale di valutazione dell’apprendimento.</i></p>
<h2></h2>
<h2><strong>Contatti</strong></h2>
<p>Telefono: 3292169795</p>
<p>Mail: <a href="mailto:l.casetta@psicoterapiafunzionale.it">l.casetta@psicoterapiafunzionale.it</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Affrontare l’ansia da performace musicale</title>
		<link>https://www.studiopsicologiarizzi.it/affrontare-lansia-da-performace-musicale-con-laiuto-dellact/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Laura Casetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Mar 2021 12:49:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Musica ed emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’ANSIA DA PRESTAZIONE  L’ansia da prestazione è uno stato di allerta che scaturisce da una situazione in cui il soggetto percepisce di dover essere “all’altezza” in una prova sottoposta al<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2>L’ANSIA DA PRESTAZIONE</h2>
<p><strong> </strong>L’<strong>ansia da prestazione</strong> è uno <strong>stato di allerta</strong> che scaturisce da una situazione in cui il soggetto percepisce di <strong>dover essere </strong><strong>“</strong><strong>all</strong><strong>’</strong><strong>altezza”</strong> in una prova sottoposta al <strong>giudizio altrui</strong>, implicito o esplicito che sia.</p>
<p>Come già ci suggerisce l’<strong>etimologia della parola “ansia”,</strong> dal lat. <em>anxus-angere</em>: <strong>stretto-stringere</strong>, <strong>soffocare</strong>, quando una persona si sente “senza via d’uscita” e avvolta da un contesto potenzialmente rischioso, innesca automaticamente delle <strong>azioni</strong> <strong>finalizzate a sottrarsi </strong>o a<strong> inibire</strong> tale condizione di <strong>disagio</strong>.</p>
<p>Nello specifico, un recente studio pilota svolto da un gruppo di ricercatori appartenenti a diverse università degli Stati Uniti ha evidenziato che, in<strong> ambito musicale</strong>, <strong>l’ansia da prestazione </strong>è stata considerata come <strong>potenzialmente debilitante</strong> sia per gli <strong>studenti universitari di musica </strong> (riguardando il 21-23% degli allievi), che per i <strong>musicisti orchestrali professionisti</strong> (interessando il 15-25% degli stessi).</p>
<p><strong> </strong></p>
<h2>COME SI RICONOSCE L’ANSIA DA PERFORMANCE MUSICALE?</h2>
<p><strong> </strong></p>
<p>Le manifestazione tipiche dell’MPA riguardano specifici <strong>comportamenti, pensieri, emozioni e stati fisiologici</strong> <strong>che si</strong> <strong>attivano in concomitanza con la prestazione musicale</strong>, o anche con il solo <strong>pensiero anticipatore della stessa</strong>.</p>
<p>Si può ritenere di essere musicisti, più o meno, soggetti da disturbo d’ansia da perfomance quando ci si rispecchia in ognuna delle seguenti tre categorie:</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<li>SINTOMI COGNITIVI:</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/sintomi-ansia-prestazione-musicale.png"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-1605" src="https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/sintomi-ansia-prestazione-musicale-1024x544.png" alt="sintomi ansia prestazione musicale" width="1024" height="544" srcset="https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/sintomi-ansia-prestazione-musicale-1024x544.png 1024w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/sintomi-ansia-prestazione-musicale-300x159.png 300w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/sintomi-ansia-prestazione-musicale-768x408.png 768w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/sintomi-ansia-prestazione-musicale-1536x816.png 1536w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/sintomi-ansia-prestazione-musicale-2048x1088.png 2048w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/sintomi-ansia-prestazione-musicale-260x138.png 260w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/sintomi-ansia-prestazione-musicale-50x27.png 50w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/sintomi-ansia-prestazione-musicale-141x75.png 141w" sizes="(max-width:767px) 480px, (max-width:1024px) 100vw, 1024px" /></a></p>
<ol start="2">
<li>Esempi di ECCITAZIONE FISIOLOGICA</li>
</ol>
<p><a href="https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/esempi-eccitazione-fisiologica.png"><img decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-1604" src="https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/esempi-eccitazione-fisiologica-1024x671.png" alt="esempi eccitazione fisiologica" width="1024" height="671" srcset="https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/esempi-eccitazione-fisiologica-1024x671.png 1024w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/esempi-eccitazione-fisiologica-300x197.png 300w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/esempi-eccitazione-fisiologica-768x503.png 768w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/esempi-eccitazione-fisiologica-223x146.png 223w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/esempi-eccitazione-fisiologica-50x33.png 50w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/esempi-eccitazione-fisiologica-114x75.png 114w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/esempi-eccitazione-fisiologica.png 1076w" sizes="(max-width:767px) 480px, (max-width:1024px) 100vw, 1024px" /></a></p>
<ol start="3">
<li>Esempi di EVITAMENTO COMPORTAMENTALE</li>
</ol>
<p><a href="https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/comportamenti-ansia-prestazione.png"><img decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-1603" src="https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/comportamenti-ansia-prestazione-1024x656.png" alt="comportamenti ansia prestazione" width="1024" height="656" srcset="https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/comportamenti-ansia-prestazione-1024x656.png 1024w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/comportamenti-ansia-prestazione-300x192.png 300w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/comportamenti-ansia-prestazione-768x492.png 768w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/comportamenti-ansia-prestazione-228x146.png 228w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/comportamenti-ansia-prestazione-50x32.png 50w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/comportamenti-ansia-prestazione-117x75.png 117w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/comportamenti-ansia-prestazione.png 1065w" sizes="(max-width:767px) 480px, (max-width:1024px) 100vw, 1024px" /></a></p>
<h1>Capire il meccanismo alla base dell&#8217;ansia da prestazione</h1>
<h2>Il controllo non è la soluzione, ma il problema</h2>
<p>Ora che abbiamo descritto come si manifesta l’ansia da prestazione, cerchiamo di capire quando l’ansia da “normale” si trasforma in patologica, in una minaccia per ciò che è importante per noi.</p>
<p>Per definizione, alimentiamo o gestiamo l’ansia in tre diverse fasi:</p>
<ul>
<li>Quando ci prepariamo all’evento</li>
<li>Durante la performance quando si presenta l’ansia vera e propria, che si manifesta con reazioni fisiologiche, comportamentali e cognitive.</li>
<li>Quando tutto è finito, ci guardiamo indietro e tiriamo le somme.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/la-performance-in-3-fasi.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-1642" src="https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/la-performance-in-3-fasi-1024x264.png" alt="" width="1024" height="264" srcset="https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/la-performance-in-3-fasi-1024x264.png 1024w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/la-performance-in-3-fasi-300x77.png 300w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/la-performance-in-3-fasi-768x198.png 768w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/la-performance-in-3-fasi-1536x396.png 1536w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/la-performance-in-3-fasi-260x67.png 260w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/la-performance-in-3-fasi-50x13.png 50w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/la-performance-in-3-fasi-150x39.png 150w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/la-performance-in-3-fasi.png 1562w" sizes="auto, (max-width:767px) 480px, (max-width:1024px) 100vw, 1024px" /></a></p>
<p>Ognuna di queste fasi è un’occasione per intraprendere un sentiero virtuoso, di crescita e sviluppo di capacità, oppure per intraprendere la via che piano piano ci porterà all’ansia patologica che interferisce con la performance e la professione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>FASE 1 – Performance in vista</h3>
<p>In questa fase iniziamo già a sentire le presenza dell’ansia che ci segue come un’ombra: ci basta pensare alla performance che ci aspetta per iniziare a sentire il cuore che batte più velocemente, le gambe che perdono la loro forza e le mani che si raffreddano. La mente è infatti un potente strumento in grado di suscitare emozioni. Il fatto che la mente cerchi di anticipare attraverso l’immaginazione l’evento stressante  è una funzione evolutiva estremamente importante e adattiva. Il problema nasce da come gestiamo le immagini che la mente dipinge davanti ai nostri occhi. Proprio in presenza dell’immagine dello scenario futuro, si trova il primo bivio tra ansia normale e ansia patologica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Prendere il sentiero dell’ansia patologica significa:</p>
<ul>
<li>cercare rassicurazioni da altri,</li>
<li>farsi guidare da un’eccessiva autocritica con un lavoro tecnico estremamente rigido e duro,</li>
<li>evitare di pensarci, convincendosi che andrà tutto bene,</li>
<li>rimuginare, creando infiniti possibili scenari.</li>
</ul>
<p>Questo sentiero da noi psicologi è chiamato sentiero dell’<strong>EVITAMENTO</strong> e innesca un circolo vizioso molto pericoloso. Nel momento in cui mettiamo in atto un comportamento di evitamento, proviamo <em>sollievo</em>: il sollievo, essendo piacevole, sembra indicarci che stiamo andando nella strada che risolverà tutti i nostri problemi d’ansia. Il problema è che questi comportamenti che funzionano donandoci sollievo nel breve termine, spesso hanno effetti problematici nel lungo termine.</p>
<p><a href="https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/effetti-a-lungo-termine-evitamento.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-1641" src="https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/effetti-a-lungo-termine-evitamento-1024x160.png" alt="" width="1024" height="160" srcset="https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/effetti-a-lungo-termine-evitamento-1024x160.png 1024w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/effetti-a-lungo-termine-evitamento-300x47.png 300w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/effetti-a-lungo-termine-evitamento-768x120.png 768w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/effetti-a-lungo-termine-evitamento-260x41.png 260w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/effetti-a-lungo-termine-evitamento-50x8.png 50w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/effetti-a-lungo-termine-evitamento-150x23.png 150w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/effetti-a-lungo-termine-evitamento.png 1464w" sizes="auto, (max-width:767px) 480px, (max-width:1024px) 100vw, 1024px" /></a></p>
<p>Cos’hanno in comune queste strategie? Ci danno un dolce senso di CONTROLLO. Funzionano? Beh, nel lungo termine sembra proprio di no, anzi, minacciano la fiducia in noi stessi e l’esito della performance imminente o, peggio, se ci facciamo male, la possibilità di continuare a svolgere la nostra professione.</p>
<p>Prova ora tu a riflettere sulle tue strategie di evitamento.</p>
<p><a href="https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/fase-1.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-1640" src="https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/fase-1-1024x390.png" alt="" width="1024" height="390" srcset="https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/fase-1-1024x390.png 1024w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/fase-1-300x114.png 300w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/fase-1-768x292.png 768w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/fase-1-260x99.png 260w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/fase-1-50x19.png 50w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/fase-1-150x57.png 150w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/fase-1.png 1424w" sizes="auto, (max-width:767px) 480px, (max-width:1024px) 100vw, 1024px" /></a></p>
<h3>FASE 2- ARRIVA IL GIORNO DELLA PERFORMANCE</h3>
<p>Il giorno della performance, che lo si voglia o no, arriva lei, impeccabile e sempre puntuale: la nostra ANSIA! Ci accompagna ad ogni evento importante e inizia a sussurrare al nostro orecchio: “Sarà un disastro, guarda chi c’è tra il pubblico, ti giudicheranno! Stai male, non puoi dare il meglio in queste condizioni…”. L’ansia ci terrà svegli di notte, ci toglierà forze ed energie o ci farà sentire rigidi come dei baccalà (nonostante anni per acquisire fluidità e velocità nei movimenti). Ci sentiremo poco concentrati, inappetenti e con un unico grande desiderio: scappare via!</p>
<p><strong>Ma ricorda</strong>: esibirsi in pubblico è da sempre. per ogni essere umano, una delle situazioni più stressanti – paragonabile ad affrontare un leone armati di arco e frecce. Quindi un musicista che prova ansia prima di una performance, tecnicamente non soffre di “ansia da performance”: sta semplicemente rispondendo a uno stimolo universalmente stressante.</p>
<p>Ancora una volta il problema non sta in questa nostra fedele, anche se poco gradita, compagna di viaggio, ma come rispondiamo alla sua presenza. Siamo di fronte a un secondo bivio, dove un sentiero è virtuoso e l’altro patologico.</p>
<p><a href="https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/BIVIO.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-1644" src="https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/BIVIO.jpg" alt="" width="640" height="426" srcset="https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/BIVIO.jpg 640w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/BIVIO-300x200.jpg 300w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/BIVIO-219x146.jpg 219w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/BIVIO-50x33.jpg 50w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/BIVIO-113x75.jpg 113w" sizes="auto, (max-width:767px) 480px, 640px" /></a></p>
<p>Esaminiamo il sentiero patologico.</p>
<p>Spesso quando si presenza questa scomoda compagna di viaggio, la prima cosa che ci viene voglia di fare è cacciarla via. E così inizia una vera e propria lotta fatta di ricerca di rassicurazioni, tentativi di controllare il corpo, assunzione di alcol, psicofarmaci, fiori di Bach. Diventa un battibecco di pensieri:</p>
<p><em>“Non ce la farai mai”</em></p>
<p><em>“E invece sì, ho studiato, stamattina il passaggio difficile era perfetto”</em></p>
<p><em>“Eh…stamattina! Ti sei già bruciato la carta…”</em></p>
<p><em>“Ma stai zitta e non portare jella!”</em></p>
<p><em>“Sai bene che quella nota l’hai sbagliata anche ieri… se ne accorgeranno tutti, sarai una delusione…”</em></p>
<p>… e avanti all’infinito finché qualcuno con un calcio non ci lancia sul palco.</p>
<p><a href="https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/Il-cortocircuito-dellansia.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-1610" src="https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/Il-cortocircuito-dellansia.png" alt="Il cortocircuito dell'ansia" width="829" height="659" srcset="https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/Il-cortocircuito-dellansia.png 829w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/Il-cortocircuito-dellansia-300x238.png 300w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/Il-cortocircuito-dellansia-768x611.png 768w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/Il-cortocircuito-dellansia-184x146.png 184w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/Il-cortocircuito-dellansia-50x40.png 50w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/Il-cortocircuito-dellansia-94x75.png 94w" sizes="auto, (max-width:767px) 480px, (max-width:829px) 100vw, 829px" /></a></p>
<p>Questa lotta è un grande dispendio di energie e risorse, e non può essere vinta a colpi di pensieri: <strong>il sistema della minaccia si è sviluppato molto prima della nostra corteccia pensante</strong>. Il sistema della minaccia da cui nasce l’ansia infatti era già sviluppato e funzionante a partire dei dinosauri, quindi siamo di fronte alla lotta contro un sistema che ha milioni e milioni di anni contro una neonata corteccia pensante che risale a ieri, appena 200.000 anni fa. È come far giocare a scacchi un campione mondiale con pluridecennale esperienza e un bambino di qualche mese: secondo voi chi vincerà? Quindi, per quanto possiamo non volere la nostra ansia e lottare contro di essa, teniamo bene a mente questo concetto: non riusciremo mai a sconfiggerla e a controllarla. Ma allora, di nuovo, perché continuiamo a cedere alla tentazione di controllare l’ansia? E la risposta è simile a quella di prima: provare a fare qualsiasi cosa per controllare l’ansia ci dà un immediato senso di sollievo, controllo, forza. Ci fa sentire meno <strong>VULNERABILI</strong>.</p>
<p>Ora prova di nuovo a riflettere su cosa fai il giorno prima della performance.</p>
<p><a href="https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/fase-2.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-1639" src="https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/fase-2-1024x383.png" alt="" width="1024" height="383" srcset="https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/fase-2-1024x383.png 1024w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/fase-2-300x112.png 300w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/fase-2-768x288.png 768w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/fase-2-260x97.png 260w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/fase-2-50x19.png 50w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/fase-2-150x56.png 150w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/fase-2.png 1410w" sizes="auto, (max-width:767px) 480px, (max-width:1024px) 100vw, 1024px" /></a></p>
<h3>FASE 3- DOPO LA PERFORMANCE</h3>
<p>C’è un ultimo passaggio cruciale in cui rischiamo di trasformare l’ansia da normale in patologica. Vale a dire quello che noi facciamo dopo l’esibizione. Dopo la performance, sia nel caso in cui sia andata meravigliosamente, sia nel caso in cui sia stato un totale disastro, ci ritroveremo, ancora carichi di adrenalina, a ripensare a come è andata. Magari lo racconteremo agli amici, alle persone per noi importanti, o anche, semplicemente, lo rivedremo in testa, più e più volte. A questo punto però ci sono due modi per rivedere quanto è appena accaduto: un modo virtuoso e un modo che alimenta la patologia.</p>
<p>Il modo che alimenta la patologia è quello giudicante e critico. Diventiamo i maestri più severi, intolleranti e rigidi che si siano mai visti. Invece di validare gli sforzi e concederci del meritato riposo, ci ritroviamo a punire noi stessi, isolarci, insultarci arrabbiati, colpevolizzarci riguardo ogni singolo dettaglio diverso dal copione dell’assoluta perfezione. Di solito questo modo di trattarci ci fa stare malissimo.</p>
<p>Ma vi siete mai chiesti perché siamo così duri con noi stessi? Ebbene, non siamo pazzi: l’autocritica è una “app” (cioè uno schema automatico di comportamento) installata automaticamente nel nostro cervello dall’evoluzione. L’autocritica, infatti, di sicuro ci sprona a migliorarci e a non accontentarci della mediocrità. Grazie all’ansia o alla rabbia che causa e alla loro conseguente attivazione fisiologica, ci fa sentire più energici e forti. Anche questa strategia, come le altre, non è totalmente insensata e folle. Infatti, a volte ci motiva a tenere duro fare di più.</p>
<p><a href="https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/pistol-3421795_640.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-1643" src="https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/pistol-3421795_640.jpg" alt="" width="640" height="426" srcset="https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/pistol-3421795_640.jpg 640w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/pistol-3421795_640-300x200.jpg 300w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/pistol-3421795_640-219x146.jpg 219w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/pistol-3421795_640-50x33.jpg 50w, https://www.studiopsicologiarizzi.it/wp-content/uploads/2021/03/pistol-3421795_640-113x75.jpg 113w" sizes="auto, (max-width:767px) 480px, 640px" /></a></p>
<p>Ma anche questa strategia ha un alto costo nel lungo termine. Infatti se è l’unico modo che usiamo per andare avanti, influenzerà negativamente la fiducia in noi stessi, ci distoglierà l’attenzione dal perché stiamo facendo quello che facciamo, promuoverà comportamenti poco attenti alla cura di noi stessi che sfoceranno con l’ammalarsi e farsi male per la troppa pratica. L’autocritica ci dà sì un senso di controllo, ma quando si tira troppo la corda, la corda si spezza e noi non siamo indistruttibili… anzi!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Possiamo riassumere quanto detto finora riprendendo il titolo di questo paragrafo: “Il controllo non è la soluzione ma il problema“. Come abbiamo visto, alcuni tentativi di controllare il disagio non fanno che peggiorarlo. La trappola è che questi tentativi sembrano offrire uno spiraglio di luce nel malessere in cui ci troviamo, ma non sono che specchietti per le allodole.</p>
<p>Ora che abbiamo visto quali sono le trappole mentali in cui rischiamo di incappare, proviamo a fare il percorso inverso cercando di capire come cambiare rotta a uscire da questo tunnel che alimenta l’ansia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h1>Gestire l&#8217;ansia da performance</h1>
<h2>Invertire la rotta: andare verso la performance perfetta</h2>
<p>Nell’invertire la rotta iniziamo dalla fine, ripercorrendo al contrario la strada appena fatta.</p>
<h3>FASE 3 &#8211; Imparare dagli errori, con gentilezza</h3>
<p>Abbiamo accennato a un particolare modo attraverso cui possiamo riguardare quello che abbiamo vissuto. Un modo colpevolizzante, giudicante, duro. L’alternativa a questo modo è quello virtuoso, da noi psicologi chiamato Self Compassion o auto-compassione.</p>
<p>Prima di vedere cos’è l’auto compassione vediamo cosa non è. L’auto-compassione non è essere deboli e accontentarci di poco. L’auto-compassione non è rinunciare a raggiungere gli obiettivi e non è una forma di “buonismo” volta alla rinuncia e al mollare.</p>
<p>Vediamo invece cos’è l’auto-compassione. L’auto compassione è come avere il nostro migliore amico sempre a fianco, pronto a sostenerci, comprenderci e motivarci con un abbraccio, una pacca sulla spalla, una battuta, intrisi di affetto e un profondo desiderio che ce la facciamo e siamo felici. È una figura molto diversa dal maestro rigido e giudicante di prima, vero? Chi preferireste avere sempre al vostro fianco nei momenti difficili? Sviluppare l’auto compassione significa sviluppare una particolare parte di noi stessi forte, saggia, che vuole il meglio per noi e sa cos’è importante… La compassione è un atteggiamento mentale, e in quanto tale può essere sviluppata.</p>
<p>La compassione si sviluppa attraverso delle pratiche meditative o immaginative. Tra le pratiche meditative, troviamo la meditazione <em>metta</em>, o gentilezza amorevole, che è una pratica basata sullo sviluppare atteggiamenti di gentilezza nei confronti nostri e degli altri. Questa pratica può arricchirsi immaginando di donare a noi stessi gentilezza e comprensione nei momenti di difficoltà (quando in automatico ci verrebbe da criticarci). Queste pratiche fanno parte della tradizione buddista, ma sono state “occidentalizzate“ e rese più fruibili attraverso il Mindful Self Compassion Program di Gartner e della Neff, psicologi clinici e ricercatori che da anni cercano di promuovere in tutto il mondo questo atteggiamento verso se stessi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un altro autore, stavolta europeo, che ha parlato di compassione è Paul Gilbert. Il suo training, focalizzato sullo sviluppo della compassione, oltre a impiegare tecniche meditative, impiega anche tecniche immaginative e basate sulla scrittura. Questo arricchisce notevolmente il panorama delle possibilità pratiche e l’accessibilità alle tecniche da parte di un pubblico più ampio (la meditazione non sempre è accessibile a tutti fin da subito). Quali sono i benefici dello sviluppo della compassione? Nel breve termine ci possono essere benefici legati alla piacevolezza o al rilassamento che questo tipo di pratiche suscitano. Ma possono anche suscitare noia, fatica, dubbi, senso di agitazione. L’effetto nel breve termine non è un buon criterio per valutare se queste pratiche sono utili. Nel lungo termine invece è stato dimostrato che la compassione aumenta la qualità di vita e promuove una serie di comportamenti volti alla cura di noi stessi, ci rende più coraggiosi di fronte alle sfide, aumenta la fiducia in noi stessi e ci motiva ad andare avanti. Quindi, perché non provare?</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>FASE 2- Focalizzarci su cosa è davvero importante</h3>
<p>Andiamo invece adesso ad analizzare cosa possiamo fare durante la performance, quando al nostro fianco arriva la temutissima ansia, dicendoci che non ce la faremo, che sarà un disastro, che verremo giudicati. Quello che abbiamo imparato sulla auto-compassione può aiutarci anche nella relazionarci con la nostra ansia. L’auto compassione con la sua saggezza può aiutarci a comprendere che la presenza dell’ansia è legata all’importanza del momento e in qualche modo, lei è lì proprio per aiutarci a fare del nostro meglio.</p>
<p>AIUTARCI?!?</p>
<p>Sì! Dalla letteratura sappiamo che le migliori performance sono quelle con un pizzico di pepe, ovvero di ansia. Un livello ottimale di ansia, infatti, aumenta la nostra concentrazione, ci rende più focalizzati sul compito e connessi con quello che stiamo facendo, facendoci percepire meno lo sforzo. L’ansia, inoltre, ci aiuta a ricordarci una cosa importantissima: e cioè il perché siamo lì.</p>
<p>Vi ricordate quando avete deciso che la vostra strada era la musica? Forse è stato un momento in cui avete realizzato che la musica sapeva donarvi emozioni, sentimenti meravigliosi. O forse è stato un momento in cui attraverso la musica vi siete sentiti connessi, a chi suonava con voi, ai musicisti che vi hanno preceduto, agli esseri umani o alla vita nel suo senso più lato. Probabilmente non avete scelto di fare i musicisti durante un esame difficile, o praticando scale. Forse neanche mentre studiavate solfeggio. In qualche modo, l’ansia è lì per ricordarvi proprio di questi valori, anche se lo fa mostrandovi che potreste perdere tutto ciò.</p>
<p>Torniamo sui valori. Prova a farti alcune domande:</p>
<ul>
<li><em>C’è stato un momento in cui ti sei veramente sentito connesso con quello che stavi suonando? Com’era il tuo sguardo, la tua attenzione, i tuoi pensieri, il tuo corpo? </em></li>
<li><em>Per cosa vale veramente la pena rischiare e sbagliare? </em></li>
<li><em>Se tu non potessi mai più suonare ed esibirti, cosa ti mancherebbe più di ogni altra cosa? </em></li>
<li><em>Che qualità o caratteristiche ha un musicista o compositore che stimi, al di là della tecnica, come persona?</em></li>
</ul>
<p>È importante che ti prendi il tempo di rispondere a queste domande e, quando la tua ansia dice che sbaglierai il passaggio difficile, perché dovevi fare di più, il tuo amico compassionevole, cioè quella parte di te stesso saggia, gentile e che è lì per sostenerti a farcela, può ricordare alla tua ansia che sei lì per vivere la musica e donare agli altri emozioni, immagini, sensazioni fisiche che solo la musica può regalare… non per essere perfetto. È importante durante la performance continuare a spostare l’attenzione degli scenari catastrofici dell’ansia al motivo per cui siamo lì, alle sensazioni e alle emozioni connesse con il valore di ciò che stiamo facendo. Se riusciamo a focalizzarci sui valori, comunque vada, sarà stato un successo!</p>
<p>Ricordiamoci, infatti, che la tecnica, il perfezionismo e l’ascolto giudicanti sono atteggiamenti che poco hanno a che fare con il valore della musica. Come ci ricorda Mithen, un archeologo appassionato di musica, la musica, la danza e il canto hanno preceduto la parola, ed erano parte della quotidianità della vita dei nostri antenati. La musica è stata un concetto chiave per l’evoluzione: ha permesso all’uomo di comunicare emozioni, di connettere i membri del gruppo, di alleviare dolori e sofferenze, di sedurre e ammaliare. Solo successivamente è nato il linguaggio e con lui, il giudizio. Quindi, tutto ciò che si dice della musica, non è musica: la musica, anche se ha molto in comune con il linguaggio, ha a che fare con un’esperienza che coinvolge interamente ciò che siamo, sia mentre facciamo musica, sia mentre la ascoltiamo. Quindi riassumendo, <strong>durante la performance togli quello che c’è di troppo, vale a dire il giudizio e tieni invece ciò che più conta: la musica.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>FASE 1- Cercare la peak performance e allenare nuove abilità mentali</h3>
<p>Per concludere la nostra inversione di rotta, c’è un ultimo passaggio da fare. Dobbiamo prepararci adeguatamente all’evento. Non sto parlando della preparazione tecnica, quella parte di solito è ben impostata e supervisionata. Sto invece parlando della preparazione mentale. Prepararsi non significa focalizzarsi su come evitare il disastro, ma su come garantirci di aver preparato al meglio il trampolino per il lancio. Il lancio verso cosa? Verso l’esperienza ottimale o peak performance. Questo è un concetto purtroppo poco studiato nei musicisti, anche se in letteratura qualche articolo qua e là è <a href="http://presente.il/">presente. Il</a> concetto dell’esperienza ottimale, Flow, o peak performance è molto noto tra gli sportivi. Ogni sportivo olimpico, viene allenato anche mentalmente e questo non è un caso o una coincidenza. Le performance perfette infatti, non sono solo frutto di un allenamento fisico, ma anche di una <strong>preparazione mentale, fatta di concentrazione, capacità di focalizzarci sugli obiettivi e orientamento a lavorare di volta in volta sui possibili ostacoli o punti deboli</strong>.</p>
<p>Se ci pensi, i samurai per prepararsi ai combattimenti non facevano flessioni, meditavano! L’idea che li guidava era che “se ti distrai, sei morto“. Purtroppo nel training per diventare un musicista viene data poca importanza alla preparazione mentale e alla focalizzazione dell’attenzione. Eppure ricordiamoci che l’attività del suonare o del cantare passano attraverso il nostro corpo e il nostro cervello.</p>
<p>Come si lavora allora sulla peak performance? Una cosa che probabilmente fai già è la parte tecnica: l’esercizio è davvero importante! Oltre all’esercizio pratico e tecnico, la peak performance può essere preparata attraverso tecniche di meditazione e  immaginazione.</p>
<p>Per quel che riguarda la meditazione, se siamo molto autocritici, può di sicuro esserci utile la meditazione metta, che abbiamo citato prima per lo sviluppo della compassione. Però un’altra forma di meditazione che può fare la differenza e che sviluppa proprio le aree corticali legate all’attenzione focalizzata, è la Mindfulness, chiamata anche meditazione del qui ed ora. La pratica della mindfulness consiste nel concentrare l’attenzione su uno stimolo, come il respiro, e ritornarvi ogni volta che ci distraiamo. Detta così sembra facile, ma al nostro cervello questa attività “noiosa, non finalizzata e ripetitiva“ non piace granché, e cerca di opporre resistenza in tutti i modi possibili e immaginabili. È proprio attraverso il riconoscere questi ostacoli che impariamo a rispondere alle nostre reazioni interne automatiche in modo diverso e più consapevole.</p>
<p>Un altro esercizio molto usato dagli sportivi, ma che è altrettanto utile per i musicisti è l’immaginazione. È importante dedicarsi all’immaginare il momento della performance, in un modo particolare:</p>
<ul>
<li>Senza lasciarsi andare a una immaginazione libera che può diventare catastrofica o, al contrario, idilliaca e senza l’ombra di imprevisti o difficoltà,</li>
<li>costruire una performance verosimile, fatta di odori, luci, suoni, sensazioni fisiche ed esaminare attentamente le nostre reazioni automatiche a determinati stimoli e prendendoci poi il tempo di calmare (fisiologicamente) queste reazioni.</li>
<li>Inoltre, è importante provare a “giocare” sull’affrontare degli imprevisti e ragionare su come farvi fronte.</li>
</ul>
<p>Lavorare in modo analitico e concreto imprevisti indesiderati e reazioni automatiche probabili, ci predispone a far fronte alla situazione difficile nel momento del bisogno. Ricordiamoci infatti che quando siamo in preda all’ansia, le nostre capacità attentive e di scelta si riducono, perché l’ansia, per sua natura, è istintiva e quindi tenderà a farci fare ciò che abbiamo sempre fatto in quella situazione. Per cambiare questo comportamento automatico dobbiamo prepararlo e allenarlo prima, quando siamo in una situazione in cui ci sentiamo al sicuro e in cui il nostro cervello è aperto e disponibile a nuove possibilità, perché non è minacciato. A quel punto, quando arriverà il momento critico, avremo già disponibile, perché elaborata in precedenza, una nuova possibilità per rispondere alla difficoltà.</p>
<p>Questo lavoro ovviamente non va fatto un mese, aspettandosi di raccoglierne i frutti per il resto della vita. Proprio come fanno gli atleti olimpionici, è un lavoro che deve accompagnare costantemente la pratica del musicista, e deve affinarsi. Come la tecnica di un musicista può farsi sempre più precisa e accurata, ed è un pozzo senza fondo, così, anche la pratica mentale funziona allo stesso modo. Significa che incontreremo sempre nuove sfide, nuovi ostacoli, nuovi pensieri o dubbi che ci metteranno alla prova.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Riassumendo, se soffri di ansia da performance, ricorda che non è colpa tua: probabilmente nessuno ti ha insegnato come affrontarla, e quali capacità mentali sviluppare per far fronte ad essa. <strong>Non è colpa tua, ma è tua responsabilità trovare una strada per imparare a gestirla</strong>. In questa strada alternativa incontrerai fatica, dubbi e la resistenza di tutti quei vecchi meccanismi, come l’autocritica, che non vorranno cedere il posto ad atteggiamenti nuovi. Potrà essere una strada difficile, soprattutto se intendi farla da solo, ma non scoraggiarti: pensa a quanta strada hai fatto finora, e ora, il training mentale, non è che un nuovo cammino da intraprendere, in primis per te.</p>
<h3>Ti è servito questo articolo? Approfondisci nel nostro sito dedicato alla musica, <a href="http://www.mupsiche.it">Mupsiche</a>, cos&#8217;è un <a href="https://www.mupsiche.it/ansia-da-performance-training/">training mentale per musicisti</a> oppure leggi il nostro libro sull&#8217;<a href="https://www.mupsiche.it/ansia-da-performance-musicale-una-guida-definitiva/">ansia da performance musicale</a>.</h3>
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		<title>Perché la musica suscita emozioni immagini e ricordi?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Laura Casetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 May 2022 10:55:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Musica ed emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[Emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[immagini]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[ricordi]]></category>
		<category><![CDATA[sloboda]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="itemIntroText">
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<p>La musica suscita emozioni attraverso l&#8217;attivazione di diverse aree del cervello, separate tra loro e legate alle immagini, ai ricordi e all&#8217;empatia. La musica, intesa come stimolo emozionale, è infatti molto complessa e può suscitare le emozioni in diversi modi. Le emozioni possono essere suscitate dalla <strong>struttura intrinseca della musica</strong> o dal <strong>contesto</strong> in cui la musica è inserita o a cui fa riferimento, a fattori cioè esterni alla musica.</p>
<p>I meccanismi che permettono alle emozioni di essere suscitate tramite brani musicali sono: a) risposta riflessa del tronco encefalico; b) condizionamento valutativo; c) contagio emotivo; d) immaginazione visiva; e) memoria episodica; f) aspettativa musicale.</p>
<h2>La risposta riflessa del tronco encefalico</h2>
<p>La risposta riflessa del tronco encefalico alla musica può suscitare una emozione quando una o più caratteristiche acustiche fondamentali sono processate da questa struttura come segnali di un evento potenzialmente importante ed urgente. Suoni improvvisi, alti, dissonanti o strutture temporalmente veloci aumentano l’arousal e suscitano sensazioni spiacevoli nell’ascoltatore (Berlyne, 1971; Burt et al., 1995; Foss et al., 1989; Halpern et al., 1986). Questo avviene perché la musica, prima di tutto, è un suono e il sistema percettivo risponde automaticamente a determinate caratteristiche dei suoni che, in natura, possono fornire informazioni di vitale importanza sull’ambiente circostante. Il nostro sistema percettivo, infatti, scansiona costantemente l’ambiente con l’obiettivo di esaminare e scoprire eventuali cambiamenti o eventi che possono essere importanti. <strong>Nella storia evolutiva dell’uomo è stato importante e determinante riconoscere e rispondere immediatamente con una attivazione simpaticotonica a certe caratteristiche dei suoni come la velocità, l’alto volume, la rumorosità, il volume molto basso e le frequenze alte, indicatori di pericolo nell’ambiente da parte di predatori o nemici</strong>. La risposta riflessa del tronco encefalico fa riferimento ad un processamento dello stimolo uditivo ad uno stadio precoce, che non coinvolge (ancora) la corteccia prefrontale. Questa risposta è molto forte, ad esempio, la piacevolezza o spiacevolezza della consonanza o della dissonanza riflette come il sistema uditivo suddivide le frequenze ad uno stadio precoce di analisi dello stimolo (Lipscomb &amp; Hodges, 1996). La dissonanza nell’ambiente naturale è segnale di pericolo, perché occorre nel richiamo di paura e pericolo di molte specie animali (Jürgens, 1992). La dissonanza sarebbe, quindi, stata selezionata nell’evoluzione come un rinforzo negativo incondizionato del comportamento (Rolls, 2007).</p>
<p>La risposta riflessa del tronco encefalico è veloce ed automatica ed è attiva già prima della nascita, come dimostrato in studi nei quali il feto risponde con un aumentato battito cardiaco e una maggiore risposta motoria alla musica di alto volume, mentre la musica dolce produce risposte opposte (Lecanuet, 1996).</p>
<p><strong>Le risposte riflesse del tronco encefalico alla musica possono spiegare gli effetti rilassanti o attivanti dell’ascolto, e come semplici suoni possono produrre piacevolezza o spiacevolezza.</strong></p>
<h2>Il condizionamento valutativo</h2>
<p>Il condizionamento valutativo si riferisce al fatto che <strong>un’emozione può essere indotta da un brano poiché questo è stato associato ripetutamente a eventi emotivamente positivi o negativi</strong>. Ad esempio, un brano musicale potrebbe presentarsi ogni volta che succede qualcosa di piacevole (come incontrare un caro amico). Col passare del tempo, questo brano potrà evocare gioia anche in assenza dell’interazione con l’amico. Il condizionamento valutativo può avvenire anche in assenza della consapevolezza della contingenza dei due stimoli (Field &amp; Moore, 2005; Hammerl &amp; Fulcher, 2005), anzi, sembra che l’attenzione possa addirittura ostacolare questo tipo di apprendimento. Questo fenomeno è interessante perché sembra spiegare alcune risposte emotive alla musica che, per l’ascoltatore, sono immotivate (Juslin et al., 2006). Inoltre il condizionamento valutativo è difficile da estinguere (LeDoux, 2002), così, quando un brano musicale è stato associato ad un evento emotivamente saliente, questa associazione sarà piuttosto persistente. Infine, il condizionamento valutativo sembra dipendere da processi non consapevoli, non intenzionali e spontanei (De Houwer et al., 2005; LeDoux, 2002) che coinvolgono le regioni del cervello sottocorticali come l’amigdala e il cervelletto (Balleine &amp; Killcross, 2006; Johnsrude et al., 2000; Sacchetti et al., 2005). Gli effetti del condizionamento emotivo hanno implicazioni sul comportamento delle persone anche importanti: Blair e Shimp (1992) hanno dimostrato che i partecipanti alla loro ricerca esposti ad un brano musicale in situazioni spiacevoli, successivamente erano più restii rispetto ad un prodotto che veniva loro presentato accompagnato dallo stesso brano musicale. I partecipanti che invece non erano stati condizionati al brano musicale rispondevano più positivamente. Allo stesso modo, Razran nel 1954 trovò che l’atteggiamento verso brani musicali, dipinti o fotografie poteva essere modificato attraverso l’offerta di pranzi gratuiti accompagnati musicalmente (la stessa musica che poi accompagnava le mostre e le valutazioni). È importante notare che questi effetti della musica sono più comuni in contesti dove l’ascolto della musica non è l’attività principale (Juslin &amp; Laukka, 2004; Sloboda &amp; O’Neill, 2001).</p>
<h2>Il contagio emotivo</h2>
<p>Nel contagio emotivo, l<strong>’emozione viene indotta da un brano musicale perché l’ascoltatore percepisce le emozioni che la musica vuole trasmettere e le “mima” internamente</strong>, attraverso feedback periferici muscolari o una attivazione diretta di una rappresentazione dell’emozione a livello corticale. Ciò significa che una musica che esprime tristezza, ad esempio attraverso un tempo lento, un volume basso e toni gravi, induce tristezza nell’ascoltatore (Juslin, 2001). In altri termini, sarebbe l’“<strong>empatia</strong>” a promuovere l’azione di “mimare” l’emozione percepita nella musica, esattamente come il vedere la foto di un viso che esprime tristezza attiva, in chi guarda la foto, la stessa muscolatura del viso (misurata attraverso l’elettromiogramma) anche quando le foto vengono mostrate sotto un livello soglia di percezione consapevole (Dimberg et al., 2000). Da una vasta letteratura sappiamo che l’empatia, o il contagio emotivo, sta alla base del legame affettivo tra mamma e bambino e crea affiliazione e piacevolezza, aspetti fondamentali per il funzionamento sociale (Lakin, Jefferis, Cheng, &amp; Chartrand, 2003).</p>
<p>Alcuni studi nel campo delle neuroscienze hanno suggerito che il contagio emotivo avviene attraverso la mediazione dei neuroni specchio, scoperti negli anni Novanta per mezzo di studi sulla corteccia prefrontale delle scimmie (Di Pellegrino et al., 1992). In particolare si osservò che i neuroni specchio si attivavano sia quando le scimmie svolgevano un compito, sia quando osservavano un loro simile svolgere lo stesso compito (Rizzolatti &amp; Craighero, 2004). Lo stesso meccanismo sembra essere presente anche negli esseri umani, ad esempio prestare attenzione a espressioni non verbali di paura in qualcuno, aumenta l’attività delle aree motorie del cervello e di quelle associate all’emozione. Il contagio emotivo sta alla base della distinzione di emozioni discrete nella musica e nasce dalla similarità, a livello strutturale, tra la musica ed alcune configurazioni dell’espressione vocale delle emozioni (Kivy, 1980; Langer, 1957; Juslin &amp; Laukka, 2003). Questo significa che il nostro sistema percettivo riconosce nella musica strutture o schemi emotivi (propri della voce) e li “riproduce” internamente, facendoci provare una determinata emozione. In accordo con questa teoria è comprensibile l’estrema espressività emotiva di una performance di violino, tale perché il timbro del violino è molto simile a quello della voce umana, ma con maggiori possibilità in termini di velocità, intensità e altezza. Così se riconosciamo un tono arrabbiato nella voce di qualcuno perché parla velocemente, con un volume alto e un timbro aspro, uno strumento musicale potrà enfatizzare queste caratteristiche facendoci percepire un tono emotivo “estremamente” arrabbiato (Juslin &amp; Västfjäll, 2008) .</p>
<h2>L’immaginazione visiva</h2>
<p>Un altro modo per suscitare emozioni è attraverso l’immaginazione visiva, poiché<strong> l’affiorare di particolari immagini nella mente durante l’ascolto di un brano musicale provoca emozioni associate all’immagine stessa</strong>. L’immaginazione visiva è uno dei processi che permette di evocare emozioni, così un’emozione può essere indotta da un brano poiché questo evoca , ad esempio, l’immagine di un bel paesaggio.</p>
<p>Questo processo si verifica in assenza di stimoli sensoriali rilevanti ed è stato dimostrato che i brani musicali sono particolarmente efficaci nell’indurre immagini visive (Osborne, 1980; Quittner &amp; Glueckauf, 1983).</p>
<p>Non è ancora chiara l’esatta natura di questo processo ma sembra che coloro che ascoltano i brani concettualizzino la struttura musicale attraverso una corrispondenza metaforica non verbale tra la musica e gli schemi di immagini radicati nell’esperienza corporea (Blonde, 2006; Lakoff &amp; Johnson, 1980).</p>
<p>Secondo Osborne (1989) ci sono dei temi che ricorrono nelle immagini evocate dalla musica, come la natura, ad esempio sole, cielo, mare, oppure le esperienze extra corporee, ad esempio fluttuare nello spazio, ma questi risultati sono probabilmente influenzati da un particolare stile musicale utilizzato nella ricerca sopracitata.</p>
<p>Certe caratteristiche del brano sono efficaci nello stimolare vivide immagini come ad esempio la ripetizione, la prevedibilità in elementi melodici, armonici e ritmici, e il tempo lento (McKinney &amp; Timms, 1995).</p>
<p>Le immagini visive in rapporto con la musica sono state studiate e approfondite soprattutto nel contesto della musicoterapia (Toomey, 1996-1997). Helen Bonny ha sviluppato il metodo “<em>Guided Imagery and Music</em>” (GIM), in cui il soggetto è invitato a condividere le immagini che sta vedendo in tempo reale durante una sequenza pre-programmata di brani musicali. Le sequenze costruite dall’autrice e dai suoi allievi hanno l’obiettivo di far vivere, attraverso le immagini evocate dalla musica, determinate esperienze emozionali che sarebbero “correttive” e, quindi, terapeutiche.</p>
<h2>La memoria episodica</h2>
<p>La memoria episodica si riferisce ad un processo che avviene nel momento in cui un brano musicale evoca il ricordo di un evento particolare vissuto dalla persona che ascolta.</p>
<p>Tramite la memoria episodica le emozioni si manifestano poiché <strong>un brano musicale riporta alla mente ricordi specifici e connessi con determinate emozioni</strong> (Davies, 1978). Uno degli esempi più calzanti a questo riguardo è l’ascolto di Danubio Blu di Strauss che molti di noi sicuramente associano al film “2001: Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick. Quando vengono evocati dei ricordi, automaticamente vengono evocate anche le emozioni collegate a quei particolari ricordi (Baumgartner, 1992).</p>
<p>Queste emozioni vengono memorizzate associandole all’esperienza vissuta, e ciò permette la rievocazione delle emozioni nel momento in cui viene ricordata l’esperienza.</p>
<p>Secondo Lang (1979) i ricordi evocati dalla musica sono legati soprattutto alle relazioni sociali, ma in realtà, coinvolgono qualsiasi tipo di evento come per esempio una vacanza, un concerto musicale, la vittoria di un incontro di calcio, la morte di un nonno o i ricordi d’infanzia (Baugmartner, 1992).</p>
<p>Nei bambini la capacità di ricordare tramite la memoria episodica si sviluppa lentamente durante gli anni pre-scolari mentre negli anziani è il primo tipo di memoria che comincia a peggiorare durante l’invecchiamento.</p>
<p>La memoria episodica si riferisce sempre ad un ricordo cosciente di un evento già vissuto.</p>
<p>Le reazioni emotive alla musica riguardanti la memoria episodica coinvolgono più comunemente eventi della giovinezza e dell’età adulta rispetto ad altri periodi della vita. Di conseguenza la nostalgia è il tipo di risposta emotiva più comune (Sloboda &amp; O’ Neill, 2001).</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2>L’aspettativa musicale</h2>
<p>L’aspettativa musicale si riferisce al processo secondo cui un’emozione viene indotta nell’ascoltatore grazie ad una <strong>caratteristica specifica nella struttura del brano musicale che viola, ritarda o conferma le aspettative dell’ascoltatore sulla continuazione del brano</strong> (Sloboda, 1992). Durante l’ascolto di un brano, l’intensità delle emozioni provate non è sempre la stessa ma ha dei picchi e dei minimi (Madsen, Brittin e Capperella-Sheldon, 1993). Solo in alcuni momenti un’emozione è forte e questo secondo Sloboda (1991, 1992) dipenderebbe da alcune caratteristiche strutturali, che insieme creano, mantengono, confermano o smentiscono le aspettative che si forma l’ascoltatore sullo svolgersi di un brano musicale. Tali aspettative potrebbero operare ad un primitivo livello di elaborazione percettiva come succede per la percezione visiva che può essere in parte spiegata mediante le leggi della Gestalt (Meyer, 1956). Quindi, allo stesso modo in cui percepiamo la continuità di una linea o di una figura nonostante sia in parte nascosta da un oggetto, in base al principio del completamento amodale di Kanizsa (1952), così una particolare successione di suoni provoca una aspettativa su come proseguirà la melodia. Nel caso in cui l’ascoltatore si crei una aspettativa che poi viene confermata, l’emozione risulterà positiva, nel caso contrario negativa o di sorpresa (Meyer, 1956). La teoria dell’aspettativa spiega la tensione, la sorpresa e le emozioni positive ma non è in grado di spiegare emozioni come la tristezza o la rabbia, vale a dire tutte quelle emozioni che comunque sono provate durante l’ascolto di un brano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le emozioni evocate in tutti questi modi da diverse caratteristiche che possono essere presenti contemporaneamente in un brano musicale, possono interagire tra loro dando origine ad una gran quantità di vissuti emotivi a volte anche ambigui.</p>
<p>Da quanto abbiamo detto finora possiamo sostenere che la musica nella sua interezza e complessità dipende da determinate regole di produzione. Tali regole sono composte da: componenti strutturali, componenti relative alla performance, componenti riguardanti l’ascoltatore e il contesto. Ognuna di queste ha un peso diverso sulle emozioni.</p>
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<h2>Approfondimenti</h2>
<p>Juslin, P. N., Liljeström, S., Västfjäll, D., &amp; Lundqvist, L. O. (2010). How does music evoke emotions? Exploring the underlying mechanisms.</p>
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		<title>Perché ci piace la musica triste?</title>
		<link>https://www.studiopsicologiarizzi.it/perche-ci-piace-la-musica-triste/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Laura Casetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 31 Jul 2022 20:39:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Musica ed emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[musica triste]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Perché ci piace ascoltare la musica triste nonostante la tristezza sia un’emozione spiacevole? Oscar Wilde, pianista amatoriale, scriveva: “ Dopo aver suonato Chopin, mi sento come se avessi pianto per<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div>
<p>Perché ci piace ascoltare la musica triste nonostante la tristezza sia un’emozione spiacevole? Oscar Wilde, pianista amatoriale, scriveva: “ <em>Dopo aver suonato Chopin, mi sento come se avessi pianto per peccati che non ho  mai commesso e per tragedie che non sono mie</em>”. Perché un’esperienza di questo tipo risulti piacevole e venga addirittura ricercata da musicisti, compositori e ascoltatori, se lo sono chiesti in molti.</p>
</div>
<h2>Cos’è la tristezza?</h2>
<div>Premettendo che le emozioni possono essere<a href="https://www.studiopsicologiarizzi.it/musica-ed-emozioni/perche-la-musica-suscita-emozioni-immagini-ricordi/"> indotte dalla musica attraverso vari meccanismi</a>, la tristezza indotta dalla musica non è un’emozione unica e dai contorni ben definiti, ma piuttosto è caratterizzata da uno spettro di sfumature emotive che vanno da esperienze molto intense, ma piacevoli, di commozione, al provare un senso di rilassamento e di conforto, oppure ad emozioni molto intense e negative come il dolore causato dal lutto.</div>
<div>
<p>Ci sentiamo tristi generalmente quando abbiamo la percezione di non essere capaci di raggiungere un determinato obiettivo o una condizione di piacevolezza. Tra le possibili cause della tristezza ci sono il lutto, la separazione dalle persone significative, la fine di una relazione d’amore, la perdita del lavoro, l’esclusione sociale e le mancate opportunità di partecipare ad attività piacevoli.</p>
<p>Generalmente pensiamo che la tristezza sia un’emozione pessimistica e che ci blocca; tuttavia<strong> i ricercatori suggeriscono l&#8217;utilità della tristezza</strong>: abbiamo una visione molto più realistica quando siamo tristi &#8211; un fenomeno chiamato <em>realismo depressivo </em>&#8211; rispetto a quando siamo felici. La tristezza infatti incoraggia un modo di pensare orientato ai dettagli, riduce gli errori grossolani che comporta il giudizio, si lascia meno influenzare dagli stereotipi e comporta un’accuratezza maggiore nei ricordi.</p>
</div>
<div>La tristezza influenza il comportamento: quando ci sentiamo tristi, tendiamo ad essere più gentili e generosi, probabilmente per ottenere un supporto reciproco e generosità da parte degli altri o per alleviare la tristezza in modo indiretto contribuendo al benessere degli altri.</div>
<div>Comprese le funzioni della tristezza, è già possibile intuirne l&#8217;utilità per fermarsi, riflettere, rielaborare informazioni in una prospettiva nuova e costruttiva. Analizziamo però cos&#8217;hanno scoperto i ricercatori che se ne sono occupati.</div>
<h2></h2>
<h2>Perché la musica triste ci aiuta?</h2>
<p>Le persone spesso ascoltano musica triste quando si sentono sole e dichiarano di fare questa scelta perché ascoltare musica triste li aiuta a sentirsi capiti, emotivamente supportati e meno soli. In particolare, la ricerca di una musica congruente con l&#8217;emozione che stanno provando, li aiuta a mantenere la connessione con la persona che hanno perso.</p>
<p>Facendo una panoramica della letteratura presente sul tema, la musica triste:</p>
<ul>
<li>ha effetti di auto-regolazione e funge da strategia di coping delle emozioni difficili</li>
<li>aumenta l&#8217;accettazione degli eventi spiacevoli e indesiderati</li>
<li>aiuta a contattare i propri sentimenti e i propri pensieri, anche attraverso il rivivere ricordi</li>
<li>incrementa la tendenza a vagare coi pensieri.</li>
</ul>
<div>Alcuni ricercatori sostengono che questa strategia di coping è possibile perché la musica ricrea un &#8220;ambiente virtuale sicuro&#8221; all&#8217;interno del quale la persona può vivere l&#8217;emozione e le sensazioni di dolore imparando a gestirle e avendo la sensazione di poterle controllare.</div>
<h2></h2>
<h2>Differenze individuali in chi ama la musica triste</h2>
<div>Non a tutti piace la musica triste. Alcuni riportano sentimenti spiacevoli ascoltando musica triste, mentre altri dichiarano che sia la loro musica preferita. Questo sembra legato al fatto che esistono differenze individuali che possono contribuire alla risposta individuale alla musica triste.</div>
<div>Innanzitutto, alcune ricerche suggeriscono che le donne sono più consapevoli degli stati emotivi che derivano dall’empatia con gli altri, per cui è più probabile che siano commosse durante l’ascolto di musica triste. Inoltre, il piangere è soggetto a una serie di regole culturali, per cui alle donne culturalmente sarebbe concesso maggiormente di piangere rispetto agli uomini.</div>
<div>Oltre al genere, anche la personalità è importante nella risposta la musica triste. Uno studio di Eerola del 2016 ha dimostrato che la musica triste può evocare un intenso senso di commozione nelle persone empatiche.</div>
<div>L&#8217;empatia è il risultato di alcuni processi cognitivi ed emotivi che permettono alle persone di sentire e comprendere cosa un&#8217;altra persona sta sperimentando. Le persone definite empatiche hanno un livello di base di abilità empatica più alto rispetto alle persone non empatiche, quindi hanno una maggior sensibilità agli stati affettivi degli altri.</div>
<div>Quando ascoltiamo musica triste si attivano le aree del cervello legate all&#8217;empatia, come se la tristezza espressa dallo stimolo sonoro musicale provenisse da una persona virtuale che in quel momento sta esprimendo il suo dolore. Questa persona virtuale a volte è una persona immaginata, altre volte è il musicista o il compositore del pezzo. In quest&#8217;ultimo caso, l&#8217;ascolto della musica può essere accompagnato dall&#8217;immaginare una vera e propria narrazione con cui l&#8217;ascoltatore può identificarsi. Capita anche di empatizzare con la vita del musicista o del compositore del pezzo, nei casi in cui si conosce. Uno studio in particolare ha dimostrato che quando si conosce la storia personale del compositore, aumenta l&#8217;esperienza emotiva durante l&#8217;ascolto e si attivano maggiormente le aree del cervello legate all&#8217;empatia.</div>
<h2></h2>
<h2>Pianto di conforto e prolattina</h2>
<div>Un’interessante prospettiva sul perché ci piace la musica triste è stata offerta da Huron che ha ipotizzato che <strong>l’ascoltare musica triste promuove il rilascio di prolattina,</strong> che allieva il dolore mentale della perdita. La prolattina è un ormone peptidico associato alla produzione del latte. La prolattina, però, è rilasciata anche in molte altre circostanze, sia nei maschi che nelle femmine, in particolare <strong>viene prodotta quando piangiamo</strong> in concomitanza col provare sentimenti di dolore. La prolattina, oltre a promuovere la produzione del latte materno, ha effetti psicologici rilevanti: suscita sentimenti di tranquillità, calma, benessere e consolazione &#8211; in altre parole, <strong>la prolattina ci fa sentire bene.</strong></div>
<div>Dal momento che la prolattina produce un effetto di conforto, il suo rilascio in risposta al dolore, alla tristezza e ad altre forme di stress ha una funzione di omeostasi. Quando viene sperimentato il dolore psicologico, la prolattina lo attenua, limitandolo e prevenendo che il dolore si intensifichi in modo incontrollabile.</div>
<div>Questo spiegherebbe perché piangere durante l’ascolto di un brano musicale triste risulterebbe piacevole.</div>
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<hr />
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<div>Per citare Oliver Sacks “<em>La musica può trafiggere direttamente il cuore; non ha bisogno di mediazione. Non serve conoscere direttamente Didone ed Enea per essere mossi dal suo lamento per lui; anche chi non ha mai perso nessuno sa quello che Didone sta esprimendo</em>”. Non è un caso se ci piace la musica triste: come ci ricorda Mithen, archeologo che ha indagato lo sviluppo della musica e del linguaggio, dall&#8217;alba dei tempi i canti tristi consolavano i nostri antenati per la perdita dei loro cari e facevano, così, fronte alle difficoltà che la vita poneva loro davanti. Questa funzione della musica ci aiuta ancora oggi ad affrontare la perdita e il cambiamento, dandoci sollievo e aiutandoci a vedere nuove possibilità laddove quelle vecchie non sono più percorribili.</div>
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<h2>Bibliografia</h2>
<p>Eerola, T., Vuoskoski, J. K., &amp; Kautiainen, H. (2016). Being moved by unfamiliar sad music is associated with high empathy. <i>Frontiers in psychology</i>, 1176.</p>
<p>Huron, D. (2011). Why is sad music pleasurable? A possible role for prolactin. <i>Musicae Scientiae</i>, <i>15</i>(2), 146-158.</p>
<p>Lench, H. C., Lench, H., &amp; Ryan. (2018). <i>Function of emotions</i>. Cham: Springer.</p>
<p>Mithen, S. J. (2006). <i>The singing Neanderthals: The origins of music, language, mind, and body</i>. Harvard University Press.</p>
<p>Schäfer, K., Saarikallio, S., &amp; Eerola, T. (2020). Music may reduce loneliness and act as social surrogate for a friend: evidence from an experimental listening study. <i>Music &amp; Science</i>, <i>3</i>, 2059204320935709.</p>
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		<title>Flow: musicisti che entrano nel flusso</title>
		<link>https://www.studiopsicologiarizzi.it/flow-musicisti-che-entrano-nel-flusso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Laura Casetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Aug 2022 11:22:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Musica ed emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Vi è mai capitato, suonando, di sentirvi così immersi nella musica e in quello che stavate facendo, da perdere la cognizione del tempo e di voi stessi? Avete mai provato<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Vi è mai capitato, suonando, di sentirvi così <strong>immersi nella musica</strong> e in quello che stavate facendo, da <strong>perdere la cognizione del tempo e di voi stessi</strong>?</p>
<p>Avete mai provato un <strong>intenso piacere</strong> unito alla sensazione che <strong>ogni fatica mentale o fisica svanisse</strong>, sostituita da un <em>alto livello di concentrazione</em>?</p>
<p>Se vi è capitato, probabilmente avete sperimentato quello che si chiama <strong>flusso</strong>, in inglese <strong>Flow</strong>. Questo stato mentale è comunemente provato dai musicisti, ed è stato studiato anche nello sport e in altre attività quotidiane, da quelle più comuni come lavare i piatti, ad altre come lavorare in ufficio.</p>
<p>Il flow è stato studiato da Mihaly Csikszentmihalyi, un famoso psicologo ungherese poi trasferitosi negli Stati Uniti e padre del filone della psicologia chiamato psicologia positiva. Il Flow ci dà gioia e soprattutto contribuisce al senso che diamo a ciò che facciamo. Non è solo una gioia momentanea, come quella indotta dall’uso di sostanze o dal vincere al Gratta&amp;Vinci: <strong>è una gioia che ha a che fare con il senso che diamo alla vita, col sentirci connessi ad essa</strong>. Lo stato di Flow è un forte rinforzatore e ci motiva a migliorarci anche in presenza di ostacoli e difficoltà. Questo significa che possiamo esercitarci per ore a fare scale, perfezionarci sull’intonazione e sul timbro, ripetere esercizi o passaggi più e più volte perché siamo motivati da quella gioia e da quel senso di connessione che a volte sperimentiamo suonando o ascoltando musica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2>Cosa succede nel cervello quando siamo in uno stato di Flow?</h2>
<p>Per comprendere come avvicinarci al Flow, dobbiamo prima chiederci cosa succede nel cervello. Partiamo da alcune caratteristiche comuni che le persone riportano quando sono in uno stato di Flow:</p>
<ul>
<li><strong>assenza di pensieri</strong> (si spegne la radio interna che fa la telecronaca della nostra vita)</li>
<li><strong>senso alterato del corpo</strong> (ci sentiamo leggeri o distaccati dal corpo)</li>
<li><strong>senso di connessione</strong> (perdiamo il senso del sé e ci “fondiamo” con la musica, il mondo, entrando in una bolla dove anche il tempo non esiste più).</li>
</ul>
<p>Questo accade perché il nostro cervello inizia funzionare in un modo diverso dal solito.</p>
<p>Iniziamo dal considerare che lo stato del cervello può essere descritto da:</p>
<ul>
<li>lo <strong>stato di attivazione</strong>, che può essere distinto in stato di veglia attiva, di sonno profondo e di sonno REM;</li>
<li>la <strong>regolazione del flusso di stimoli in entrata e in uscita</strong>: quando siamo svegli di solito il cervello elabora informazioni dall’esterno, e quando siamo profondamente addormentati o sogniamo, taglia fuori il mondo e si focalizza sui suoi processi interni.</li>
<li>La <strong>modulazione</strong> che si basa sulla chimica del cervello. Tra i neurotrasmettitori che modulano l’attività del cervello, ci sono due processi neurochimici che ci interessano, quello <em>aminergico</em> e quello colinergico. I processi aminergici coinvolgono la serotonina e la norapinefrina che sono importanti per <strong>l’apprendimento e la memoria</strong>. Quando non sono presenti non riusciamo a memorizzare. I processi <em>colinergici</em>, mediati dall’acetilcolina, generalmente facilitano il <strong>comportamento</strong> e il movimento. La modulazione è la relazione tra la concentrazione di questi neurotrasmettitori e definisce se siamo svegli o se stiamo dormendo profondamente o sognando. Mentre sogniamo, i neurotrasmettitori aminergici sono molto bassi, mentre l’acetilcolina ha un livello molto alto, simile a quello in cui siamo svegli.</li>
</ul>
<p><strong>Quando entriamo in uno stato di Flow, a livello chimico succede qualcosa di simile a quando sogniamo</strong>, ma siamo in uno stato di veglia e il flusso di stimoli è interno. I neurotrasmettitori aminergici si abbassano e aumenta la concentrazione di acetilcolina. Affinché ciò avvenga il musicista ha bisogno di poter accedere in modo automatico al repertorio di movimenti necessari all’esecuzione, in modo da non dover utilizzare volontariamente il richiamo della memoria. Il Flow, infatti, è possibile solo quando non c’è bisogno dei neurotrasmettitori aminergici che mediano l’apprendimento e la memoria.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un altro aspetto interessante sul Flow è che sembra rifletta <strong>la dominanza dell’emisfero destro</strong> sul sinistro. L’emisfero destro gioca un ruolo significativo nelle emozioni, mediando, ad esempio, il tono di voce con cui una frase viene detta. La musica ha a che fare con l’emisfero destro, capace di coordinare i processi emotivi con le forme e le strutture della musica. L’emisfero destro regola la concordanza tra i processi subcorticali e corticali legati al ritmo, l’armonia e la melodia, e tra i meccanismi emotivi del sistema limbico e i meccanismi percettivi e cognitivi della corteccia. <strong>L’emisfero destro soddisfa, attraverso la musica, i desideri del cuore e i bisogni di ordine della mente, consentendo al cervello di sincronizzarsi</strong>. L’attività neuronale del cervello durante lo stato di veglia si presenta come desincronizzata, mentre nello stato di Flow l’attività del cervello si sincronizza e i neuroni, nelle diverse aree del cervello, iniziano a danzare insieme. Da questo deriva il piacere e il senso di connessione, prospettiva e unione dello stato di Flow.</p>
<p>La dominanza dell’emisfero destro sul sinistro ha anche un ultimo effetto: <strong>si abbassa il volume dei nostri pensieri</strong>, mediati dall’emisfero sinistro, e possiamo dedicare tutta la nostra attenzione a quello che stiamo facendo, senza perdere risorse mentali a rispondere a quella vocina che ci dice “La prossima battuta la sbagli!” o “Stai suonando bene, vai avanti così!!”… e infiniti altri commenti che non fanno altro che distrarci.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2>Come avvicinarsi al Flow?</h2>
<p>Affinché possiamo sperimentare uno stato di Flow,  l’attività a cui ci stiamo dedicando non deve essere né troppo facile, altrimenti diventa noiosa, né troppo difficile, altrimenti sperimenteremo ansia. Quando ciò che stiamo suonando rappresenta <strong>una sfida che percepiamo come adeguata al nostro livello</strong>, iniziamo a muovere il primo passo verso il Flow.</p>
<p>Il secondo passo per entrare nella magica bolla del Flow è <strong>avere chiaro l’obiettivo</strong> e <strong>dove focalizzare l’attenzione</strong>. L’attenzione è focalizzata per tracciare momento dopo momento la progressione verso l’obiettivo e può essere focalizzata su un aspetto tecnico, su una caratteristica del suono, su un movimento, sul ritmo, su un’immagine&#8230; Quando abbiamo chiaro l’obbiettivo e possiamo monitorare l’avanzamento di questo obiettivo, è probabile che entriamo nel flow.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quindi, in base a quello che sappiamo dalla letteratura scientifica, per avvicinarsi al flow questi sono alcuni ingredienti fondamentali di cui dobbiamo tenere conto:</p>
<ul>
<li><strong>Repitita iuvant</strong>: poter fare a meno della memoria e degli sforzi cognitivi è alla base del Flow. Non è il brano in sé che ci fa entrare nel Flow, ma quanto lo conosciamo: dobbiamo padroneggiarlo senza sforzo, allora riusciremo a “entrarci”. Senza studio non c’è Flow. Questo però non significa che dovremo aspettare anni e anni per sperimentare il Flow: a volte si può raggiungere il Flow con gli esercizi di tecnica, come l’esecuzione delle scale, che esteticamente non sono “interessanti”, ma hanno tutti i requisiti per permetterci di entrare in quello stato particolare di focalizzazione e immersione: non richiedono l’accesso alla memoria, possiamo individuare un obiettivo e tenere traccia di come sta andando.</li>
<li><strong>Essere stanchi</strong>: ebbene sì, quando siamo stanchi e il nostro cervello è a corto di neurotrasmettitori aminergici, è più probabile che entriamo in uno stato di Flow (a condizione che ci sia una solida base automatica di movimenti a sostenerci nell’esecuzione). Non è necessario essere stanchi per entrare nello stato di Flow, ma a volte aiuta!</li>
<li><strong>Entrare in un’ottica di gioco</strong>: avere degli obiettivi alla nostra portata che scegliamo e sui quali abbiamo il controllo passo dopo passo, ci consente di entrare in quella bolla dove tutta la nostra attenzione è sul compito e il resto scompare.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<h2>Differenze individuali nello sperimentare il Flow</h2>
<p>I musicisti vivono regolarmente esperienze di Flow, ma alcune <strong>caratteristiche di personalità e alcuni atteggiamenti mentali</strong> possono promuoverlo od ostacolarlo.</p>
<ul>
<li><strong>Ansia di tratto</strong>: l’ansia di tratto, diversa da quella di stato che è confinata ad episodi e momenti specifici, è un modo di rispondere agli eventi della quotidianità in cui è presente un alto livello di <strong>critica, giudizio e pessimismo</strong>. La persona con ansia di tratto ha scarsa fiducia in se stessa e può arrivare ad avere una vera e propria fobia sociale. <strong>L’ansia di tratto correla positivamente con l’<a href="https://www.studiopsicologiarizzi.it/musica-ed-emozioni/affrontare-lansia-da-performace-musicale-con-laiuto-dellact/">ansia da performance musicale</a> e ostacola il raggiungimento del Flow</strong>. Chi ha tratti di ansia di tratto fa fatica a lasciarsi andare, vale a dire a lasciare il controllo in mano all’emisfero destro, e rimane molto vigile e attento su un piano “linguistico”. In questo modo, come abbiamo visto prima, il cervello non può passare nello stato di coscienza tipico del Flow.</li>
<li><strong>Intelligenza emotiva</strong>: le persone con alti livelli di intelligenza emotiva, vale a dire che sanno riconoscere, gestire e attribuire un significato alle loro esperienze emotive, hanno una maggior propensione al Flow. Questo è vero sia per i musicisti che per i non musicisti, ma per i musicisti questa risulta essere una componente ancora più importante per la performance: rispetto allo sportivo ad esempio, la performance musicale non può prescindere dall’espressione delle emozioni e, quindi, dalla capacità del musicista di tracciarle, esprimerle e provarle senza venirne sopraffatti.</li>
<li><strong>Tenacia e Locus of control interno</strong>: le persone coraggiose e che approcciano la musica pensando di avere il controllo delle loro abilità, potendole sviluppare attraverso lo studio e la perseveranza, hanno più probabilità di entrare nello stato di Flow. Rimanere troppo ancorati all’idea di talento, di predisposizione o personalità “vincente” correla negativamente con il Flow e la soddisfazione legata all’esecuzione.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ansia, intelligenza emotiva e tenacia unita al locus of control interno sono modi di rispondere alla vita mediati e influenzati da pensieri e abitudini mentali e, in quanto tali, <strong>possono essere modificati</strong>. Il cervello, infatti, è un organo altamente malleabile e modificabile, ma anche altamente sensibile a quei pensieri distruttivi che a volte si insinuano nella nostra mente mettendo il germe del dubbio che forse la strada che abbiamo scelto è sbagliata, che non ce la faremo o che non siamo abbastanza. Come si fa a smettere di annaffiare questi semi dannosi? Beh, esistono infiniti approcci psicologici, il mio è basato sulla mindfulness e sull’ACT, e a questo <a href="https://www.studiopsicologiarizzi.it/attivita/psicoterapia/">link</a> potete leggere qualcosa in più sull’argomento.</p>
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<p>Ti è servito questo articolo? Se sì, <a href="https://www.instagram.com/laura.casetta/">seguimi su Instagram</a> per essere aggiornato su nuovi articoli e tematiche sulla psicologia della musica e della performance oppure leggi il libro <a href="https://www.mupsiche.it/ansia-da-performance-musicale-una-guida-definitiva/">Ansia da performance musicale</a>, scritto da noi proprio per accompagnare i musicisti attraverso esercizi pratici a entrare nel Flow.</p>
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<h2>Approfondimenti</h2>
<p><a href="https://www.amazon.it/Psicologia-dellesperienza-ottimale-Mih%C3%A1ly-Cs%C3%ADkszentmih%C3%A1lyi/dp/8836200389/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&amp;crid=1TUDM3K3L9JIT&amp;keywords=flow&amp;qid=1660562383&amp;sprefix=flow%2Caps%2C374&amp;sr=8-1">Flow. Psicologia dell&#8217;esperienza ottimale</a> di Mihaly Csikszentmihalyi</p>
<p>Bloom, A. J., &amp; Skutnick-Henley, P. (2005). Facilitating flow experiences among musicians. <i>The American Music Teacher</i>, <i>54</i>(5), 24.</p>
<p>Rakei, A., Tan, J., &amp; Bhattacharya, J. (2022). Flow in contemporary musicians: Individual differences in flow proneness, anxiety, and emotional intelligence. <i>Plos one</i>, <i>17</i>(3), e0265936.</p>
<p><a href="https://www.mupsiche.it/ansia-da-performance-musicale-una-guida-definitiva/">Ansia da performance musicale di Casetta L e Bargigia M (2024).</a></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.studiopsicologiarizzi.it/flow-musicisti-che-entrano-nel-flusso/">Flow: musicisti che entrano nel flusso</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.studiopsicologiarizzi.it">Studio Psicologia Rizzi</a>.</p>
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