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	<title>espressioni facciali &#8211; Studio Psicologia Rizzi</title>
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	<description>Psicologo e psicoterapeuta a Padova e San Donà di Piave. Tratta Disturbi Sessuali, Psicosomatici, Stress, Depressione e Ansia. Primo incontro gratuito.</description>
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		<title>L&#8217;impiego del FACS in psicoterapia</title>
		<link>https://www.studiopsicologiarizzi.it/limpiego-del-facs-psicoterapia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Laura Casetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Oct 2014 10:30:50 +0000</pubDate>
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<h2>Cosa sono il FACS e l&#8217;EMFACS</h2>
<p>Il FACS (Facial Action Coding System) è un sistema di codifica delle espressioni facciali sviluppato da Ekman e Friesen nel 1978 da cui è derivato, successivamente, il sistema chiamato Emotion Facial Action Coding (EMFACS), sviluppato dagli stessi autori qualche anno dopo (1984). Entrambi FACS ed EMFACS sono stati costruiti su base anatomica per misurare oggettivamente i movimenti facciali visibili. Sulla base dei risultati empirici, il FACS comprende 44 movimenti facciali discriminabili visibilmente che, singolarmente o in combinazione, rappresentano tutti i movimenti facciali possibili. Questi movimenti sono chiamati &#8220;unità d&#8217;azione&#8221; (AU). Ad ognuna di queste unità d&#8217;azione è stato assegnato un numero, in modo che ad ogni movimento visibile nell&#8217;espressione del viso possa descritto con un codice. Oltre al codice numerico, ad ogni movimento facciale vengono anche assegnati dei codici letterali in base all&#8217;intensità del movimento, alla lateralità e all&#8217;asimmetria di alcune unità di azione. In confronto al FACS, l&#8217; EMFACS registra solo quelle unità d&#8217;azione associate alle emozioni.</p>
<p>Per registrare le espressioni facciali che fanno parte di un &#8220;evento&#8221; emotivo, all&#8217;interno di un flusso continuo di comportamenti espressivi, Friesen e Ekman (1984) hanno definito nell&#8217;EMFACS delle regole (&#8220;event rules&#8221;) per convertire determinati pattern di unità di azione in specifiche emozioni primarie (felicità, sorpresa, rabbia, disprezzo, disgusto, paura, tristezza) o emozioni miste, quest’ultime date dalla presenza di AU determinanti di almeno due diverse emozioni di base che insorgono nello stesso tempo o dal mascheramento di una delle due con un&#8217;emozione che va nella direzione opposta. Nell&#8217;EMFACS sono presenti, inoltre, delle norme per distinguere le emozioni spontanee (come il sorriso &#8220;Duchenne&#8221; identificabile nel movimento dell&#8217;orbicolare dell&#8217;occhio) e quelle controllate (come il sorriso falso, dove non è presente alcun movimento dell&#8217;orbicolare dell&#8217;occhio).</p>
<h2>Applicazioni cliniche del FACS</h2>
<p>L&#8217;impiego del FACS e dell&#8217;EMFACS risulta complesso nel loro completo potenziale all’interno del setting psicoterapico per due motivi: innanzitutto il nostro occhio non può rilevare accuratamente tutte le emozioni facciali per la loro velocità, inoltre, la nostra memoria di lavoro non può processare allo stesso tempo l&#8217;intera gamma di stimoli (le espressioni facciali che compaiono nel volto del paziente in tempo reale, i contenuti verbali che questo espone, le proprie sensazioni, la formulazione di domande e di risposte) che fanno parte del lavoro psicoterapico.</p>
<p>Per poter sfruttare pienamente lo strumento di Ekman e Friesen, sarebbe necessario filmare le sedute di psicoterapia e, con un programma di codifica automatico o attraverso la visione dei filmati al rallentatore, rivedere e analizzare le espressioni e le microespressioni presentate dal paziente, avendo tutto il tempo a disposizione di elaborarle e inserirle all’interno di un costrutto psicologico più ampio, come la diagnosi, le modalità di intervento. Questa procedura, se non impiegata a scopo di ricerca, risulta artificiosa e dispendiosa in termini di tempo e di energia per lo psicoterapeuta: è impensabile per ogni ora di psicoterapia passarne altre 3 o 4 ad analizzare filmati.</p>
<p>L’impiego del FACS in psicoterapia può comunque risultare utile. Un occhio allenato può infatti identificare quelle espressioni che compaiono più spesso nel volto del paziente e, avvalendosi delle espressioni facciali come indicatore emozionale, il terapeuta può notare in tempo reale quali sono nella relazione i trigger emotivi, vale a dire quegli argomenti o quelle affermazioni che suscitano eventi emozionali.</p>
<p>L&#8217;impiego del FACS nel contesto psicoterapico può essere utile in ogni momento di interazione terapeuta-paziente sia a livello relazionale, sia in fase diagnostica che durante il processo di cambiamento.</p>
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		<title>Utilizzo del FACS nella fase diagnostica della psicoterapia</title>
		<link>https://www.studiopsicologiarizzi.it/utilizzo-del-facs-nella-fase-diagnostica-della-psicoterapia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Laura Casetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Oct 2014 10:32:05 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[diagnosi]]></category>
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<p>Uno studio non pubblicato di Ekman del 1974, poi pubblicato in “What the face reveals, basic and applied studies of spontaneous expression using the Facial Action Coding System” nel 1997 mette in luce come l’impiego dell’EMFACS e del FACS nella fase diagnostica della psicoterapia possa essere utile per avere informazioni dettagliate sulla diagnosi e per prevedere l’outcome dell’intervento. L’articolo purtroppo si basa su un campione molto piccolo (17 soggetti), nonostante ciò, i risultati sono interessanti e possono essere utili allo psicoterapeuta durante il primo colloquio, momento in cui questi deve iniziare a instaurare la relazione col paziente e a orientarsi verso la sua diagnosi. Visto la grande mole di informazioni, sia sul piano verbale che non verbale, e il tempo ridotto a disposizione, sapere cosa cercare o notare nel volto del paziente, cosa aspettarci o come orientarci in presenza di determinate espressioni emozionali, è utile e può aiutare lo psicoterapeuta a “sciogliere la matassa”. Ovviamente non basterà un’espressione facciale ripetuta per fare una diagnosi al paziente, ma sicuramente può essere un indizio utile su come procedere nel colloquio.</p>
<p>Riassumiamo ora brevemente quali espressioni facciali ci possono fornire informazioni importanti sul paziente in una prima fase diagnostica. I risultati di Ekman e colleghi (1997) mostrano che i pazienti con diagnosi di depressione maggiore si differenziano dagli altri perché mostrano più tristezza e disgusto (nell’articolo in una nota l’autore spiega che disgusto e disprezzo sono state assemblate in disgusto) e mostrano meno sorrisi falsi rispetto ai pazienti con depressione minore. Pazienti con disturbo maniacale mostrerebbero invece più espressioni di sorriso sia sincero che falso, meno rabbia, disgusto o tristezza rispetto al gruppo di depressi. Infine il gruppo di schizofrenici si differenzia dagli altri per la presenza maggiore di espressioni di paura e per un “appiattimento” nelle altre emozioni. Un altro studio pubblicato in Ekman e Rosenberg (1997) invece metterebbe in luce come espressioni di disprezzo e lo sguardo ostile (descritto nell’articolo come attività di apertura dell’occhio della palpebra superiore e contrazione della palpebra inferiore, AU5+AU7) contraddistinguano le personalità di tipo A (generalmente caratterizzate da ostilità, rabbia, ansia), da quelle di tipo B.</p>
<p>Il risultato forse più interessante dello studio del ’74 di Ekman e colleghi è però che le espressioni facciali sembrerebbero in grado di predire l’esito della terapia e il grado di miglioramento del paziente. La presenza del sorriso falso o non sentito e l’assenza di espressioni di disprezzo correlerebbero positivamente con l’esito favorevole dell’intervento. Il terapeuta che, durante il primo colloquio, si dovesse accorgere di espressioni di disprezzo o notasse l’assenza di sorrisi anche falsi nel volto del paziente dovrà mettere in conto la possibilità di fare più fatica a relazionarsi e a intraprendere un percorso efficace col proprio paziente.</p>
<p>Anche nella terapia di coppia l’analisi del volto dei due partner si è rivelato un valido predittore di quale sarà l’esito della terapia e aiuta in fase di assessment a individuare lo stile comunicativo non verbale che può contribuire alla crisi. In uno studio di Gottman del 2001, i sorrisi sinceri in entrambi i partner correlavano negativamente con la sensazione di oppressione e sofferenza, mentre espressioni negative in entrambi i partner (disprezzo, rabbia, paura o tristezza) correlavano con pensieri di non speranza e sofferenza.</p>
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